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giovedì 10 maggio 2012
Considerazioni inattuali - F.Nietzsche
Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato… L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?” L’animale voleva rispondere e dice: “Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire” – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l’attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice “Mi ricordo”.
Friedrich Nietzsche, Considerazioni inattuali
mercoledì 25 aprile 2012
Il viaggiare
Adoro viaggiare,perchè insegna lo spaesamento, insegna sentirsi persi in una terra sconosciuta in mezzo gente che non conosci. E da lì ne devi uscire.
Viaggiare non solo allarga la mente, ma le da una forma.
Ci si sente sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere stranieri fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli.
Per questo motivo io desidero che la mete dei viaggi siano sempre gli uomini.Non vado mai in Spagna o in Francia, ma fra gli spagnoli o fra i francesi.
sabato 21 aprile 2012
Sulla politica e sulla rotazione delle cariche
Quelli che presento sotto sono due passi tratti dall'opera di Aristotele chiamata Politica.
L'uomo è un animale politico, con questa affermazione molto forte, sia da un punto di vista filosofico che linguistico, il filosofi greco volle così individuare nell'uomo l'unico animale presente sulla terra in grado di usare la ragione per sè e per gli altri, appunto il politikèin, il pensare per la comunità.
Siamo all'incirca...2500 anni fa.
"Il presupposto della costituzione democratica è la libertà, tanto che si dice che solo con questa costituzione è possibile godere della libertà, che si afferma essere il fine di ogni democrazia. Una delle caratteristiche della libertà è che le stesse persone in parte siano comandate e in parte comandino. [...]Questi dunque sono i caratteri comuni a tutte le democrazie, e da quella che unanimamente si concorda essere la giustizia secondo i canoni democratici (cioè che tutti abbiano lo stesso secondo il numero) deriva quella che più di ogni altra sembra essere democrazia e governo di popolo. L’uguaglianza consiste nel fatto che non comandino più i poveri dei ricchi, che non siano sovrani i primi soltanto, ma tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza. E questo sarebbe l’unico modo per ritenere realizzate l’uguaglianza e la libertà nella costituzione."
"Poiché ogni comunità politica consta di governanti e di governati, bisogna vedere se, vita natural durante, essi debbano essere persone diverse oppure se debbano essere le stesse persone; perché, evidentemente, da questa divisione dovrà dipendere anche l’educazione. [...]Che i governanti debbano differire dai governati non v’è alcun dubbio; come essi debbano differire e come partecipare del potere, è cosa che deve vedere il legislatore e della quale si è già detto."
Ed ecco invece come noi italiani, a distanza di 2500 anni, nella pratica abbiamo tradotto la politica:
Il complotto denunciato da Formigoni, che esiste solo nella sua mente, è davvero ben congegnato: è partito con le bonifiche del ciellino Giuseppe Grossi (pace all’anima sua) e della moglie del suo secondo di un tempo, Gian Carlo Abelli (Rosanna Gariboldi, che ha patteggiato, riconoscendo la propria colpevolezza); poi ha preso di mira l’assessore Piergianni Prosperini, che ha ammesso di avere compiuto il reato che gli era stato contestato; poi è passato dalle parti di Nicoli Cristiani (che non era nemmeno della sua componente, così dichiarò Formigoni) per vicende legate all’ambiente e a controlli mancati dell’Arpa; il complotto ha poi raggiunto il fedelissimo Ponzoni (che Formigoni conosceva benissimo e che aveva sempre difeso) con un’ordinanza piena di complotti di ogni genere; poi ha costretto alle dimissioni Boni della Lega, vittima di un complotto sull’Adda, e poi, per altri motivi, di Renzo Bossi – Trota sacrificale, vittima di un complotto che arriva addirittura dalla Tanzania – e dell’assessore Monica Rizzi, che come Nicole Minetti faceva parte del ‘mitico’ listino (quello delle firme improbabili); e nel frattempo il complotto aveva coinvolto, attraverso l’agente Ruby, «la nipote di Mubarak» (e qui il complotto diventa internazionale) proprio Minetti, nello spiacevole caso di via Olgettina (a due passi dal San Raffaele, questi complottisti non hanno fantasia) e della villa di Arcore (e così il complotto contro Formigoni entra a far parte del complotto più grande, quello nei confronti di Berlusconi, suo capo di partito per vent’anni)
P.Civati
Lorenzo
martedì 13 marzo 2012
Il Viaggiatore

Il Viaggiatore non è colui che ama viaggiare comodamente rimanendo ancorato ai propri usi e costumi, bensì è uno che vive i luoghi e le persone che incontra, facendone tesoro per la prossima tappa.
Un tipico esempio di libertà, forse quello più confacente a questo principio universale, "l'essere liberi di trasformarsi rimanendo sempre se stessi". Una sorte di stabilità nel continuo movimento, esteriore e interiore, l'esserCI come filo conduttore.
Io mi considero tale, il mio "spazio" del continuo viaggiare sono le persone con cui intrattengo relazioni sia nella vita reale che qui sul Web, il mio blog e i vostri blog. Una terra senza confini dove trovi sempre cibo per la mente e acqua ristoratrice per rinfrancarti.
Il web è un contenitore dove noi esistiamo personal-MENTE con le nostre parole. Io lo intendo come una naturale estensione dei rapporti umani, un modo per allargare i rapporti e le nostre idee, quindi un arricchimento che coinvolge ognuno di noi.
Il mito greco ci ha dato una visione del viaggiatore che io non concordo affatto tramite due personaggi: il dio greco Hermes e Prometeo. Il primo è il viaggiatore per eccellenza, messaggero degli dei è scaltro ma anche opportunista, ladro e spregiudicato. Prometeo è invece l'uomo, l'eroe
colui che porta la saggezza agli uomini ma ancorato alla roccia, immobile, statico.
Non concordo con questa visione perchè il divenire, cioè il tutto cambia nulla rimane uguale, è il sale della conoscenza, quel continuo inseguimento che l'uomo si è proposto di fare per migliorare il suo essere e il suo stato. Movimento per poi stare.
Ma se individuamo il personaggio del movimento a un farabutto e quello d'eroe a uno inchidato nella roccia, come è possibile il sapere? Conoscenza e verita le si conquistano con una continua curiosità, con la continua ricerca del nuovo, quindi viaggiando, costruiendo e demolendo, mettendo in continua discussione ciò che si è appena scoperto, sapendo che c'è sempre un "più in là".
Il viaggiatore-hermes, quindi, è si uno scaltro, ma soprattutto un curioso , e uno che mette a disposizione il proprio sapere alla collettività.
Il viaggiatore ogni tanto riposa, si cerca un angolo per riordinarSI, per trasformare le esperienze in leggi, sapendo che possono avere un tempo limitato nel tempo, ma comunque concretizzando ciò che ha imparato. A differenza dell'uomo del territorio, che ha come punto di riferimento le leggi inviolabili dei dogmi e dei saperi divini, il viaggiatore non può vivere senza elaborare la diversità dell'esperienza, cercandone il senso non nel messaggio recondito del divino, ma in quei due poli che Kant chiamò anima e cielo stellato, che per lui hanno sempre costituito gli estremi dell'arco in cui si esprime la sua vita in continua tensione.
La diversità quindi sarà la prossima sfida sell'uomo, che spero sempre più viaggiatore e sempre meno statico,obbligando tutti a fare i conti con la DIFFERENZA, come nei tempi passati siamo stati chiamati a farli per il territorio e le nostre case. La diversità sarà il nuovo territorio su cui costruire le decisioni etiche e solo viaggiando fra le idee e i propri convincimenti ciò si potra attuare.
Ma una cosa dovrà fare subito l'uomo di oggi, gettare le maschere delle ipocrisie, degli inganni, dei facili guadagni. Il viaggiatore apparterrà a quella sorta di vincitori che hanno prestato attenzione alle cose più profonde, e per far ciò deve vivere secondo ragione e verità, e visto che le verità non ammettono maschere dovrà per forza di cose spogliarsi di esse.
PS:
Questo post è anche dedicato a Jean Giraud, alias Moebius, scomparso pochi giorno fa
Moebius - Jean Giraud
Lorenzo
venerdì 17 febbraio 2012
Carnevale e le sue maschere
In attesa del buon profumo delle frittelle tre frasi sul riso e sulla maschera:
"Tutto ciò che è profondo ama mascherarsi; le cose più profonde odiano l'immagine e la similitudine."
FRIEDRICH NIETZSCHE
Verso la fine della vita avviene come verso la fine di un ballo mascherato, quando tutti si tolgono la maschera. Allora si vede chi erano veramente coloro coi quali si è venuti in contatto durante la vita.
SCHOPENHAUER
Chi non ride mai non è una persona seria.
CHARLIE CHAPLIN
lunedì 6 febbraio 2012
Sulla vita e sulle libertà
"Tutti i cambiamenti, anche i più desiderati, hanno una loro malinconia perchè ciò che lasciamo dietro è una parte di noi.....dobbiamo morire in una vita prima di entrare in un'altra"
(Anatole France)
"Tutti bambini conoscono i draghi nelle favole, ma quello che vogliono sapere è che essi possono essere sconfitti."
( Psichiatra infantile)
"Se guarderai a lungo in un abisso anche l'abisso vorrà guardare dentro di te"
(F.Nietzsche)
"Stiamo finendo di espiare la condanna d'essere liberi"
Lorenzo
giovedì 26 gennaio 2012
Husserl e la sua Fenomenologia

Benchè fosse uno dei pochi filosofi che in vita potè vedere gli effetti della sua filosofia e lo stupore che ne seguì, egli non fu quasi mai daccordo con le strade che la Fenomenologia intraprese.
Troppe parole intorno ai fenomeni, troppi freni intellettuali dove addirittura, secondo lui, si abusò del termine per indicare cose del tutto diverse.
La fenomenologia attinse a piene mani dalla filosofia di Kant, ma non per ampliarla o, come qualche storico dice, per stravolgerne il senso, ma, secondo me, per criticarla nel vero termine coniato da Kant stesso: la ragione che giudica se stessa.
La fenomenologia è la filosofia che studia il fenomeno, ciò che appare a noi, con il fine di arrivare il più vicino possibile ad una verità.
Vediamo le tappe della conoscenza, quelle più importanti, da cui parti Husserl:
Cartesio, che con la sua Rex Cogitans e rex Extensa pone la domanda come possiamo essere certi di un qualcosa quando abbiamo molte ragioni per dubitarne? Il metodo fu la sua risposta, un tentativo razionale ( fin troppo) per dare ordine al mondo con la ragione.
Kant, che con il suo a-priori e il noumeno tagliò (se così posso dire) le gambe alla conoscenza "facile"tramite la ragione ma, e questo fu lo stupore della sua filosofia, del suo sistema filosofico imponente, la ragione ha il dovere di criticare se stessa per arrivare a comprendere i fenomeni il più vicino possibile alla cosa in sè, la realtà VERA.
Husserl a questo punto si trovò in difficoltà a spiegare, da un punto di vista filosofico, le continue pressioni e fame di conoscenza che il mondo ormai esigeva. Siamo in un periodo storico di importanti scoperte a livello scientifico e l'occhio dell'uomo ha l'esigenza di volgere il suo sguardo sempre più nel profondo....nell'invisibile ( Es. l'atomo).
Husserl allora capovolge i termini della conoscenza, senza però trascurare troppo Kant, mettendo di fronte al fenomeno LA COSCIENZA.
Ovviamente l'uso di questo termine non è quello che oggi usiamo, forse impropriamente, ma la coscienza di sè di fronte al tutto, agli infiniti esseri del nostro mondo, l'uomo cosciente di fronte al fenomeno.
L'intento di Husserl è quello di superare il dualismo realismo-idealismo al fine di raggiungere una più profonda conoscenza, senza quegli orpelli del tipo a-priori e cosa in sè che non fanno altro che falsare l'oggetto esperienziale. Per fare ciò bisogna attenersi scrupolosamente all'esperienza immediata della coscienza semplicemente descrivendo, senza cioè ri-costruire, i fenomeno così come ci sono dati ma inglobandoli nella realtà che abbiamo davanti, come un unicum, ed esplorandole come ATTI DI COSCIENZA.
A questo punto sarebbe meglio fare un esempio, capisco che se continuassi a scrivere in questo modo creerei confusione nel lettore in quanto sono solo un ferroviere che cerca di comprendere le cose.
Prendiamo un tavolo, lo abbiamo davanti, lo analizziamo ( ad esempio secondo il medoto kantiano o cartesiano) e possiamo dire quanto è lungo, di cosa è fatto ( Kant e Cartesio) se è bello( critica del giudizio di Kant) e via discorrendo. Applichiamo le categorie dell'intelletto.
Ma possiamo dire davvero di "aver compreso" cosa sia un tavolo? A che serve? Perchè è lì e non da un'altra parte? Perchè è proprio fatto in quel modo? Tu lettore che immagine di tavolo ti stai facendo? Perchè proprio quella?
Husserl ci dice che per prima cosa bisogna "PRENDERE COSCIENZA DI NOI E DEL TAVOLO DI FRONTE" creando così un rapporto diretto fra osservatore (noi) e l'oggetto dell'esperienza (tavolo). Questo prenderne coscienza deve essere proiettato e analizzato come MIA esperienza, analizzando l'atto di coscienza e proiettare il tutto nell'ambiente circostante. Il tavolo non come cosa in sè, ma come facente parte di un tutto compreso me stesso.
In questo modo posso andare al di là della semplice comprensione dell'oggetto, ma posso, inserendolo nel mondo, capirne i fini, le utilità, fino dove può arrivare.
ora noi abbiamo preso un tavolo come esempio, ma in quel periodo storico la scienza non studiava i tavoli bensì l'atomo e il magnetismo. Senza una visione fenomenologica non si sarebbe andati da nessuna parte per il semplice motivo che l'oggetto dell'esperienza.....mancava, non era visibile!
La portata della fenomenologia è enorme, si pensi alla psicanalisi, alla medicina, alla tecnologia, alle esplorazioni spaziali. Da un punto di vista dell'approccio delle scoperte scientifiche ci si è sempre avvicinati secondo la fenomenologia.
Medoti e cose che ora diamo per scontato allora affatto non lo erano.
Prima di Husserl la scienza e la conoscenza era molto limitata, mancava il medoto perchè quelli che c'erano erano molto limitanti, non permettevano cioè di andare oltre la comprensione del fenomeno, addirittura non si conoscevano le potenzialità (ad esempio il vapore o i gas).
Per concludere posso dire che prima un certo dato esperienziale è come se fosse stato scritto su una pagina di un foglio bianco, nell'altra pagina le mie deduzioni. prima di Husserl si prendeva in esame solo una o l'altra facciata di un foglio, con il metodo fenomenologico, ciò che interessa, in un certo senso, è quello che accade "dentro il foglio", cioè il dato completo del fenomeno comprensiva dell'attività della mia coscienza.uesto intendere me steso e i fenomeni circostanti con la presa di coscienza ha portato la filosofia a spaziare in tutte le direzioni. Immaginate soltanto di capovolgere i termini della discussione: i fenomeni e IO. Ma questo sarà oggetto di una seconda parte dove la presa di coscienza di sè stessi nel mondo porterà, ad esempio, alla psicanalisi, alla psicologia, alla psichiatria e....all'esistenzialismo moderno.
Nel Gennaio 1933 Hitler prese il potere, Husserl fu escluso da tutte le scuole, comprese le biblioteche.
Qualche anno prima, mentre continuava a tenere le sue lezioni, seguitissime, c'era sempre uno studentello piccolo, grassoccio, insignificante, ma attentissimo alle parole del professore.
Questo studentello insignificante e senza amici si chiamava Martin Heidegger. Divenuto filosofo dedico al suo ex professore forse il libro più difficile di tutti i tempi ESSERE E TEMPO. Una dedica ad Husserl ma allo stesso tempo una stroncatura totale.
Heidegger prese il posto di Husserl alla facoltà di Filosofia di Friburgo dopo il 1933.

"Il tempo che per essenza inerisce al vissuto come tale, con i suoi modi di datità dell'adesso, del prima, del dopo, con la simultaneità e la successione modalmente determinati dai precedenti, non può essere misurato da nessuna posizione del sole, da nessun orologio, da nessun mezzo fisico: in generale, non può essere affatto misurato."
"L'uomo che ha gustato una volta i frutti della filosofia, che ha imparato a conoscere i suoi sistemi, e che allora, immancabilmente, li ha ammirati come i beni più alti della cultura, non può più rinunciare alla filosofia e al filosofare."
Edmund Gustav Albrecht Husserl (Prostějov, 8 aprile 1859 – Friburgo in Brisgovia, 26 aprile 1938) è stato un filosofo e matematico austriaco naturalizzato tedesco, fondatore della fenomenologia e membro della Scuola di Brentano.
La corrente filosofica della fenomenologia ha influenzato gran parte della cultura del Novecento europeo e non solo. Oltre a Max Scheler ebbe un profondo influsso sull'esistenzialismo e Martin Heidegger, ma indirettamente il suo pensiero ha influito anche sulle Scienze cognitive e sulla filosofia della mente odierne (secondo Hubert Dreyfus, Husserl è da considerarsi il "padre delle ricerche contemporanee nella psicologia cognitiva e intelligenza artificiale".( da Wikipedia)
Lorenzo
sabato 7 gennaio 2012
Filosofia

"Per ogni mentalità autoritaria la filosofia è un qualcosa di pericoloso, perchè sconvolge l'ordine prestabilito, alimenta l'insubordinazione e quindi la rivolta. Se è vero che il pensiero può offrirmi quel terreno che mi sostiene, così come può sottrarmelo, è vero anche che il pensiero costituisce quel rischio che bisogna correre, perchè solo così si può giungere a quella dimensione autentica che contrasta la mancanza di problematicità che caratterizza il non-pensare nella sua opaca e ristagnate insufficienza"
Karl Jaspers
sabato 3 dicembre 2011
Il principio regolatore

Tutti abbiamo delle linee di demarcazione morali o etiche, religiose o politiche, oltre cui non è possibile andare. Un esempio per tutti è l'omicidio in quanto la vita è da salvaguardare sotto ogni forma. Ma lo stato uccide tramite le condanne a morte oppure con le guerre. Ecco uno scostamento di questa linea di demarcazione.
Allora il tracciare delle linee non serve a garantirci " equità di trattamento", oppure " garanzia di equilibrio" in quanto ognuno, a seconda delle esigenze, può oltrepassare i limiti che ci siamo dati.
Cosa c'è al di sopra di questi confini, come si può fare per garantirci leggi stabili e durature? Nulla io credo, soltanto rifarci a principi regolatori, condivisi da tutti e che siano leggi universali.
Uno di questi principi è l'uomo stesso, al centro della sua stessa società, e per molti al centro del mondo. Leggi molto importanti e giuste sono state emanate proprio salvaguardando questo principio, l'inviolabilità dell'uomo stesso, con le sue libertà e i suoi bisogni.
Uno di questi bisogni e l'eliminare il più possibile le sofferenze, che siano la fame e gli altri bisogni fisici, ma anche quelli etici come le libertà e la libera espressione individuale.
Come ci poniamo di fronte alla vita e, di conseguenza, di fronte alla non vita?
Lasciar vivere perchè non ha lo stesso valore di lasciar morire?
Lo stato permette, anzi, obbliga una persona terza a uccidere un altro uomo ma non permette a un singolo la scelta per la propria vita, perchè?
Domande difficili ma, secondo me, le risposte sono invece facili.
Far vivere e lasciar morire, c'è un nesso logico fra queste due affermazioni, un continuum razionale che parte proprio dalla logica degli opposto vita-morte.
Il dubbio atroce, quello che attanaglia ognuno di noi quando cerca di mettere mano a questioni etiche di tale rilevanza è il seguente:
" C'è differenza fra lasciar morire e dare la morte?"
Se ci limitiamo a parlare di questo argomento sotto forma di libertà siamo perdenti già in partenza, perchè lasciare la libertà del suicidio ( un termine che non mi piace, preferirei chiamarlo, atto finale della propria vita) ci si arresta subito: la libertà del decidere sul proprio atto finale della propria vita si scontra inevitabilmente con la fine di tutte le altre libertà in quanto abolisce se stessa nello stesso istante.
Kant fu nettamente contrario al suicidio. Lo spiega in una frase che, secondo me, potrebbe essere la migliore spiegazione per chi si batte contro l'eutanasia :
Kant afferma, in sostanza, che l'uomo non ha il diritto di impiegare la sua libertà per distruggersi.
Ma il concetto e il significato di eutanasia, secondo il mio parere, va molto oltre. Io qui intendo il diritto ad una buona morte, che equivale allo stesso modo di un diritto ad una buona vita.
La morte ci appartiene come la vita e come tale ho il diritto di chiudere quella porta io stesso. Quella stessa porta del MIO tempo che il tempo stesso ha reso me inumano e impossibilitato a vivere la vita come io la concepisco secondo la mia ragione.
( Dedicato a Lucio Magri e a tanti altri )
Kant fu nettamente contrario al suicidio. Lo spiega in una frase che, secondo me, potrebbe essere la migliore spiegazione per chi si batte contro l'eutanasia :
" quando ci si da alla morte si distrugge nella propria persona un soggetto capace di decidere liberamente, disponendo di sè solo come un mezzo e non come un fine, portando l'intera umanità ad abbassarsi alla sua stessa persona".
Trovo meraviglioso questo concetto, ma vale soltanto, secondo me, per chi desidera il suicidio come rinuncia alla propria vita e non come scelta in vista di una non-buona-morte.Kant afferma, in sostanza, che l'uomo non ha il diritto di impiegare la sua libertà per distruggersi.
Ma il concetto e il significato di eutanasia, secondo il mio parere, va molto oltre. Io qui intendo il diritto ad una buona morte, che equivale allo stesso modo di un diritto ad una buona vita.
La morte ci appartiene come la vita e come tale ho il diritto di chiudere quella porta io stesso. Quella stessa porta del MIO tempo che il tempo stesso ha reso me inumano e impossibilitato a vivere la vita come io la concepisco secondo la mia ragione.
( Dedicato a Lucio Magri e a tanti altri )
Lorenzo
domenica 30 ottobre 2011
Il mondo in una stanza

Se mi porto il mondo a domicilio come faccio a fare esperienza come " essere nel mondo"?
Questa domanda me la pongo dal momento che, tramite l'uso di internet, io posso vivere dappertutto tramite il computer.
Posso intrattenere relazioni, partecipare a discussioni, farmi coinvolgere sotto qualsiasi aspetto....stando seduto qui.
Ma è una vera esperienza??
La maggioranza pensa che questo " mondo" aumenti le interconnessioni tra individui, che molti valori tradizionali lasceranno il posto a dei nuovi, di matrice comunitaria ed elettronica.
Non ho nulla contro internet, come ho già detto in passato, questa è un'era che mi piace e mi sento a mio agio, mi muovo con disinvoltura.
Ma ci sono domande nuove da porsi, domande che fino a qualche anno fa erano inimmaginabili.
Qui infatti non si tratta di enfatizzare o demonizzare le enormi potenzialita' future dei mezzi di comunicazione, ma di capire come l'uomo profondamente si trasforma per effetto di questo potenziamento.
L'uomo puo' usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura, senza neppure il sospetto che la natura si modifica in base alle modalita' con cui si declina tecnicamente.
L'uomo infatti non e' qualcosa che prescinde dal modo in cui manipola il mondo, e trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi di comunicazione, ma l'uomo stesso.
E cosi' sotto la falsa rappresentazione di un computer personale (personal computer), cio' che si produce e' sempre di piu' l'uomo massa per generare il quale non occorrono maree oceaniche, ma oceaniche solitudini che, sotto l'apparente difesa del diritto all'individualita', producono come lavoratori a domicilio beni di massa e consumano come fruitori a domicilio gli stessi beni di massa che altre solitudini hanno prodotto.
Cio' comporta un capovolgimento tra interiorita' ed esteriorita', e piu' in generale tra interno ed esterno.
Se un tempo la famiglia era l'interno" in cui si scambiavano quei tratti affettivi d'ira e d'amore e piu' in generale quella liberta' espressiva che occorreva contenere fuori all'"esterno", oggi, grazie alla diffusione della tv sempre accesa, la famiglia e' il luogo in cui e' di casa il mondo esterno, reale o fittizio che sia.
La casa reale, con le sue quattro mura e i suoi quattro mobili, e' ridotta a un container per la ricezione del mondo esterno via cavo, via telefono, via etere, e quanto piu' il lontano si avvicina, tanto piu' il vicino, la realta' di casa, quella familiare, si allontana e impallidisce.
Questi sono nuovi interrogativi a cui dobbiamo dare delle risposte.
venerdì 21 ottobre 2011
Filosofia del profumo 2

"Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini."
Profumo ( das Parfum) - Patrick Suskind
"...ognuno rincorre i profumi che ha imparato a riconoscere ed ha sensazioni ed emozioni specie da quelli, perche' ricordano qualcosa magari inconsciamente. Piu' ampia sara' la nostra conoscenza in tal senso, piu' vasta e piu' facile sara' la conoscenza delle persone e del mondo..."
Rosa
Inizio questa seconda parte del post dedicato al profumo con il finale di un commento che gentilmente mi ha messo una blogger, Rosa, che trovo fantastico.
Più ampia sarà la nostra conoscenza in tal senso più vasta e più facile sarà la conoscenza delle persone nel mondo; è qui, credo, l'essenza della filosofia, la meraviglia che spinge le persone a filosofare, quindi a pensare. Il fine è la conoscenza e visto che viviano " nel mondo" le persone sono chi lo abita, cioè noi stessi.
Da tempo immane gli uomini abitano del mondo solo ciò che hanno imparato a conoscere e sono ciò che comprendono. E' molto difficile avventurarsi per quei sentieri ancora inesplorati quando non si hanno mappe, bussole o indicazioni di stelle. Chi lo fa è il viandante, perchè viaggia per ricercare e non soltanto per spostarsi da un luogo all'altro. II viandante assapora ogni passo di quel sentiero, ne sente la vita, ne assapora gli odori.
Abbiamo visto nel post precedente che la maggior parte dei filosofi snobbarono il senso dell'olfatto, addirittura Aristotele scrisse che è il senso più ambiguo o inutile.
Kant ed Hegel lo svalutarono anche a seguito del fatto che per raggiungere la conoscenza servono ragione e l'osservarzione dei fenomenti, viene da sè, in questo modo, che non serve annusarli.
Ma arriviamo a Feuerbach:
La svalutazione dell’olfatto di Kant ed Hegel fa parte, secondo la filosofia di Feuerbach di una filosofia precedente dove appunto l'uomo era solo una macchina per conoscere. Aggiungo io che questo processo inizio ben prima con Cartesio. Feuerbach condanna vigorosamente questo pensiero impoverito e mutilato che si priva dei sensi, affermando che essi sono necessari ai fini della conoscenza.Abbiamo visto nel post precedente che la maggior parte dei filosofi snobbarono il senso dell'olfatto, addirittura Aristotele scrisse che è il senso più ambiguo o inutile.
Kant ed Hegel lo svalutarono anche a seguito del fatto che per raggiungere la conoscenza servono ragione e l'osservarzione dei fenomenti, viene da sè, in questo modo, che non serve annusarli.
Ma arriviamo a Feuerbach:
Rompendo con il sistema idealista del suo maestro si accorge che a questa filosofia manca “un naso”, mancano parte dei sensi e l'uomo, quando è gettato nel mondo, li usa invece tutti e cinque. Con questa affermazione il filosofo sottrae l’olfatto dalla sua degradante animalità e gli restituisce l’autonomia che gli veniva negata; invece di essere un senso che intrattiene con gli oggetti unicamente dei rapporti distruttivi, l’odorato è capace di atti spirituali e scientifici che possono servire tanto la conoscenza quanto l’arte.
L’olfatto, grazie a Feuerbach, abbandona finalmente l’etichetta di bisogno bestiale assumendo un significato e una dignità autonomi e teoretici.
Come viaggia, come percorre il suo sentiero l'uomo di Feuerbach?
E' un viandante coraggioso, perchè cosciente delle sue potenzialità, usa i sensi come nell'apriori kantiano, l'olfatto è parte integrante dell'elaborazione filosofica della sua esistenza.
Quando il giudice Borsellino, nel suo famoso discorso sulla mafia a Bassano del Grappa, parla del puzzo del compromesso, fa uso del senso dell'olfatto, perchè? Perchè già la vista, l'udito possono vedere ciò che succede, ma non hanno ancora scoperto la verità e allora si usa, metaforicamente, un terzo senso, quello che ci avvisa del pericolo, quello che ci fa sentire l'odore sgradevole, allertandoci. E' un ampliamento del concetto, è la voglia di andare oltre il visibile, oltre " questo stare nel mondo" per capire meglio ciò che abbiamo intorno. Per farlo abbiamo bisogno di comunicare, per agire abbiamo bisogno dei sensi...e due non bastano più.
Il linguaggio si è adattato alla nostra realtà ma, e questa la novità, si è adattato al nostro corpo.
“Profumo, pellicce, biancheria fine, gioielli: lussuosa arroganza di un mondo dove non c'è posto per la morte; ma essa restava in agguato dietro quella facciata, nel segreto grigiastro delle cliniche, degli ospedali, delle camere chiuse."
Simone de Beauvoir
Lorenzo
martedì 4 ottobre 2011
Blogger uniti, sempre

"L'uomo moderno si rende conto che il rimedio - come avverte Nietzsche - è stato peggiore del male, ossia gli immutabili, prevedendo e controllando il divenire, soffocano e minacciano la volontà di esistere, in modo più insopportabile della stessa minaccia del divenire."
Emanuele Severino - Filosofo contemporaneo
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domenica 2 ottobre 2011
Contro il bavaglio voluto da questo governo

Prima definizione di genio :
per Kant genio è colui che possiede la capacità innata di porre regole all’arte.
Nel suo lavoro l’artista segue delle regole ma queste non vengono a lui imposte dall’esterno, è lui stesso che liberamente le crea.
Il paradosso viene quindi risolto risulterà infatti vero :
sia sostenere che l’arte è governata da regole
ma poiché queste regole sono poste dal genio stesso, sarà anche vero sostenere che l’arte è attività libera da regole precostituite
1^ definizione di genio:
genio è colui che crea seguendo le regole da lui stesso liberamente poste.
Una premessa vera non può, per forza di cose, portare a una conclusione vera. Questo Kant ci ha insegnato. A quella premessa deve seguire il lavoro della ragione, con tutti i suoi limiti è vero, ma proprio perchè fallibile la ragione non deve mai smettere di lavorare.
Se così non fosse noi avremmo potuto dire: Genio è colui che pone regole all'arte, e finire qui. Premessa vera, certo, ma si avrebbero avuto le stesse conclusioni senza il ragionamento? Possibile di si, possibile di no, aggiungo anche che alla fine avremmo potuto pensare che la vera arte è solo appannaggio dei genii che seguono regole ben definite. Definite da chi?? Non lo avremmo mai saputo, la Chiesa avrebbe facilmente risolto il dilemma dicendo: definite da Dio.
Una dimostrazione, questa, di quanto Kant sia stato avanti rispetto il pensiero allora corrente e come sia attuale adesso, perchè nel suo percorso di ragione ha inserito quel termine "liberamente" che prima d'allora nessuno si sarebbe sognato di menzionare.
Ebbene, quel "liberamente" ce lo stanno togliendo poco per volta, adesso, in questo momento. Domani ne toglieranno un altro pezzetto, fino a Mercoledì, quando vareranno norme contro la libertà di espressione e norme contro le intercettazioni per favorire i mafiosi a scapito della magistratura inquirente.
Noi, nei nostri blog, continueremo magari a sentirci liberi di parlare di noi stessi, delle nostre paranoie, sarà la nostra droga quotidiana, un po' come è stato, in certi anni, l'esistenzialismo, che ci ha fatto riflettere su noi stessi ma non sulla nostra condizione sociale, sulla società intera.
Una esaltazione del particolare, l'individuo, a scapito di una visione dell'insieme, la società.
Corriamo un rischio, quello di chiuderci nei nostri blog.
Paradossalmente si parla più del decreto su facebook che sui blog, ma la velocità del primo si "brucia" la doverosa riflessione sui principi calpestati, mentre sui secondi si rimane " incagliati" nel particolare su noi stessi, del resto è un diario online.
Bene, per qualche giorno trasformiamo questi diari online in strumenti veri di lotta e informazione. Propongo per tutta la settimana a venire che ognuno si impegni a scrivere, a raccontare, a mettere foto o poesie sulle libertà, sui principi che ci vogliono calpestare.
Riprendiamo e riappropriamoci di quel liberamente kantiano!
Lorenzo
mercoledì 21 settembre 2011
Filosofia del profumo

“La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno.”
(P. Süskind, Il profumo).
Il profumo, l'odore del corpo, è una delle cose più democratiche esistenti al mondo; tutti puzziamo, tutti odoriamo, anzi, tutto odora e ognuno ha un suo odore naturale.
Ma se dovessimo descrivere un profumo di persona abbiamo le parole giuste?
Anche Suskind ha dovuto trarre un paragone con altri oggetti, perchè non si può descrivere un profumo. lo si può solo sentire, odorare, pensarci sopra o averne nausea.
Il profumo, di sensazioni, come un colore, tramite gli occhi, ne crea altri.
Provate a descrivere il colore rosso, io non ci riesco, però lo conosco, so che mi piace, è il mio colore preferito (insieme al verde) ma non so descrivervelo.
Colore e profumo, due termini di cui non se ne può parlare, ma allora come " sentiamo" ciò che ci trasmettono?
Il profumo è una di quelle sensazioni che io chiamo primarie, credo derivante da quella parte del cervello che nelle ere precedenti erano più attive, quelle dell'istinto, dove a un odore veniva associato un comportamento. L'odore della femmina, o del maschio, induceva all'accoppiamento sessuale; l'odore del fumo al pericolo, l''odore di certi animali o vegetali al cibo.
Oggi forse non siamo in grado di percepire tutti questi odori, ma la ragione e l'intelligenza, trasformando il nostro cervello, fanno si che quelli percepiti ci inducano a provare sensazioni.
Una sensazione primaria che ora, nella nostra era moderna, ci fa scatenare sensazioni.
Seneca disse che il miglior profumo è non averne, io non concordo.
Per prima cosa io penso che sia impossibile non avere un profumo, è l'esistenza stessa che è dotata di un odore, l'odore del vivere, della vita stessa.
Il bambino appena nato si attacca al capezzolo della madre perchè ne sente la fragranza, oltre il tatto. Tutti noi siamo ora qui perchè ci siamo aggrappati a quel profumo, che era, ed è, la vita stessa.
Profumo come sentiero del viandante:
Si, un viandante è chi segue una strada ancora sconosciuta e si ferma per brevi momenti presso i giudizi sul mondo, sulle cose, sulle idee.
Le prime sensazioni su una idea sono simili ad un profumo: non la sappiamo descrivere ma ci entra dentro. E' solo questione di pochi secondi, ma basta per farcene un giudizio.
L’uomo è il viandante che sosta per brevi periodi presso dei giudizi, dei sentimenti, delle considerazioni a cui la sua ricerca è approdata (non fosse altro che per considerarli da diversi punti di vista, così da poterli approfondire) – che costituiscono dunque delle mete provvisorie – per poi fare di essi dei punti di partenza verso nuovi territori.
Il profumo crea storie e rimane nelle memorie:
Non esiste una storia raccontata o scritta dove non ci si rifaccia ai profumi. E' come una necessità fisiologica rifarsi all'olfatto per espandere delle sensazioni che solamente visive non renderebbero.
Tutti i termini anche stratti hanno un loro profumo: la libertà, l'amore, il sesso, la prigionia, la bellezza di una donna. L'arte ne è un esempio e quella figurativa ancora di più, dove è possibile associare immagini a profumi per arrivare al soggetto.
Le storie raccontatte possono partire o arrivare a un sogno; spesso nei nostri sogni sono coltivati anche gli odori sotto forma di immaginazione.
Credo dunque che il profumo sia il nostro vestito primario, percepibile dalle persone intorno a noi ma anche percepibile dentro la nostra anima. Noi non sentiamo il nostro odore, ma buona parte della nostra anima ne conserva l'essenza, che sia come ricordo, come progetto, come sentiero di un viandante.
Il nostro profumo è anche la nostra melodia, ciò che cantiamo agli altri, il nostro modo di sorprendere e creare interesse, perchè un buon profumo sorprenderà prima di toccare il nostro cuore e, lentamente, la nostra anima. Da quel momento, si donerà, evolvendo e svelando tutte le note arrivando a quelle finali.
Forse quel sentiero del viandante si alimenta dei profumi e delle sensazioni che via via ogni anima incontrata trasmetterà, creando sulla sua pelle quella alchimia particolare che io chiamo
Il Profumo del nostro Essere
Lorenzo
domenica 24 luglio 2011
L'attentato di Oslo

La stampa tutta sta facendo una sorta di mea culpa per come ha lanciato le prime notizie su questo che, secondo me, è uno degli attentati più efferati della storia mondiale. Credo che le cause, queste ignobili motivazioni, verranno domani alla luce nella loro interezza perchè l'attentatore ha deciso di "collaborare". Personalmente credo che questa collaborazione, per lui, sia l'occasione per propagandare le sue idee al riguardo.
Ma non è di questo che voglio parlare, quello che voglio mettere in evidenza è che l'attentato di Oslo è una tragedia di tutta l'Europa e non solo della Norvegia.
La Norvegia vanta una delle società più democratiche esistenti al mondo, si dirà: è facile essere democratici essendo una nazione ricca, io credo di no perchè le tentazioni di arricchimento individuale sono sempre forti e molte nazioni ne sono l'esempio. La Norvegia decise di collettivizzare tutto ciò che riguarda la vita pubblica, la ricchezza è distribuita in modo ottimale, la criminalità è praticamente nulla, infatti la loro polizia è una delle poche al mondo che non porta armi. Fino qui tutto perfetto.
Ma c'è un problema in tutto questo, e ne stiamo vedendo le conseguenze, la loro società è una società chiusa al mondo. Nessuno sa cosa succeda in Norvegia, tranne quando si parla si Nobel, perchè in effetti nulla succede in quel paese, ma il vero problema è che loro nulla fanno per spiegare o per diffondere questo modello di società, è una cosa nata da loro ed è motivo di orgoglio.
Ma il mondo sta cambiando in fretta, i problemi ormai hanno una dimensione globale e globalmente vanno affrontati. La società norvegese non è esente da questi cambiamenti e si viene a scoprire oggi che l'attentato era già stato pianificato fin dal 2009 e pubblicizzato nei particolari con 1500 pagine sul web!
Cosa ha fatto allora l'intelligence mondiale o europea? Nulla, proprio un bel nulla, non si è accorta di nulla. Il motivo è semplice: ha sempre considerato la Norvegia come un paese a sè, fuori dai giochi, proprio per volere di quel paese.
Il paese paradiso sta scoprendo che ci sono angeli che si ribellano, che impazziscono, che diventano demoni, proprio come nel paradiso cristiano a cui Anders si rifà con tanto orgoglio.
Il problema allora è che le società chiuse non pagano, alla lunga si scopre un nervo e il dolore diventa insopportabile. Forse qui da noi in Italia non succederà mai una cosa del genere, con queste motivazioni intendo, ma il seme c'è e si chiama Lega.
"E tu non t'incantare troppo su queste teche. Di frammenti della croce ne ho visti molti altri, in altre chiese. Se tutti fossero autentici, Nostro Signore non sarebbe stato suppliziato su due assi incrociate, ma su di una intera foresta."
"Maestro!" dissi scandalizzato.
"È così Adso. E ci sono dei tesori ancora più ricchi. Tempo fa, nella cattedrale di Colonia vidi il cranio di Giovanni Battista all'età di dodici anni."
"Davvero?" esclamai ammirato. Poi, colto da un dubbio: "Ma il Battista fu ucciso in età più avanzata!"
"L'altro cranio dev'essere in un altro tesoro" disse Guglielmo con viso serio.
Da Il Nome della Rosa - U.Eco
Lorenzo
sabato 4 giugno 2011
Manager senz'anima
La categoria dei manager, dove io intendo tutti quelli che con il loro operato hanno posizioni di responsabilità all'interno di questa società, compresi i politici, fa parte di quel gruppo di persone che in filosofia si potrebbero configurare nell'utilitarismo.
Nell'utilitarismo la ragione diventa strumentale, cioè utilizzata solo per scopi ben precisi, per fini stabiliti da una società utilitarista e che fa del bilancio una religione dogmatica. Una ragione calcolante, quindi non pensante, ma incapace di andare al di là della mera realtà che la circonda, con un utilizzo della facoltà pensata solo per fini aziendali.
L'orizzonte che riescono concepire è quello della massima efficienza e specializzazione, l'unico scopo fondamentale della loro vita professionale è l'azienda, spogliata di tutto ciò che di umano possa esserci, in primis le maestranze che vi lavorano. Assunzioni a tempo determinato spinte fino al limite della decenza, sfiorando spesso l'indecenza, licenziamenti di massa per far quadrare i bilanci, spesso sono i loro errori strategici se non addirittura il frutto della corruzione o di una politica avventuriera. Questo è il quadro odierno in Italia della ragione calcolante con la sua visione aziendalistica della nostra nazione.
Questa loro persuasione ha ormai coinvolto anche la classe politica attuale. Nei dibattitti referendari ho notato che ad argomentazioni di principio quali la salute della popolazione o il diritto all'acqua per tutti, si contrappongono altrettanto argomenti di convenienza di tipico stampo manageriale, calcolante.
Un esempio per tutti: all'affermazione che l'energia nucleare è pericolosa per la salute perchè una volta acceso un reattore non lo si può più spegnere, quindi in caso di disastro il problema diventa gravissimo, si contrappongono argomenti quali la convenienza economica, l'efficienza del sistema paese, il progresso tecnologico. Argomenti di principio e di salvaguardia dell'umanità sono messi sullo stesso piano dei bilanci economici.
E il grave è che i più ci credono, credono sia giusto, non sanno differenziare questa sostanziale differenza d'argomenti. Risulta così la stessa cosa parlare di denaro e di salute, di bilanci e di libertà, di diritto alla salute e tecnologia.
Ecco allora che si sta avverando, con l'ennesimo esempio, ciò che scrissi in altri post: la tecnologia ormai guida le nostre vite, appiattisce il nostro modo di vedere il mondo e di pensare.
C'è una convergenza pericolosa fra fare tecnico e fare politico, anzi direi che ormai sono la stessa cosa.
Questa persuasione non è solo dei manager aziendali, ma anche dei nostri politici al governo(e non solo), i quali partono dal basso livello (intellettivo intendo) quali ormai sono grazie alla tecnica, non esitando a parlare di " azienda Italia", " Azienda ospedaliera", " azienda scuola ", senza rendersi, e noi renderci, conto che parlando di azienda si riduce il fare politico in mero fare tecnico, quindi senza tener minimo conto della 'uomo, con il pericolosissimo atteggiamento di governare i complessi rapporti delle nostre società moderne e multiculturali con i canoni e i mezzi con cui si governa una fabbrica : bilancio e specializzazione; fare tecnologico e competenza specialistica; l'uomo ridotto a mero strumento partecipativo della società.
Un modo di pensare chiuso, senza orizzonti verso l'umanità, senza la minima attenzione a quello che la vera politica dovrebbe essere e quale deve essere il suo fine: la società nel suo complesso, con i suoi bisogni e con la sua esigenza di crescere.
E interessante a tal proposito ciò che scrive Pier Luigi Celli, imprenditore, manager aziendale, filosofo, saggista e narratore, forse uno dei pochi manager con l'anima del nostro panorama dirigenziale:
Avremo uomini dalle medie virtù che attraverseranno i lunghi corridoi aziendali con quel linguaggio standardizzato che abilita a comunicazioni di transito senza coinvolgimenti ai cambiamenti di scena. Una tribù di neocinici sempre più masterizzati, che sul mercato della professione legittimano la loto quotazione con passioni fredde e saperi standard che li renderanno perfetti nella loro ovvietà(....) I loro pensieri e le loro parole hanno corso solo nell'ambito di una cerchia di riconoscimento data e vincolata a modalità standard di interlocuzione(....)
Nascerà così la lingua dei bilanci, dei budget, l'arida mitologia del bussines plan, dove al pensiero è preclusa ogni via di fuga e l'identità di una società che sarà interpretata dal numero invece che dalla sua storia.
Aggiungo io, affinche si possa ritrovare quell'anima necessaria alla ripresa di un pensiero totalizzante e qualificante per l'uomo, che la società deve riscoprire la vera essenza delle scienze umane, anche della filosofia, affinchè si incrementi i saperi e si ritrovi quel sentimento di libertà e voglia di essere protagonista come persona che è il pensare con un'anima.
Lorenzo
lunedì 23 maggio 2011
Pensiero libero

"Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca." Martin Heidegger - L'abbandono
La nostra civiltà occidentale possiede quella che per noi è una risorsa, o ce la fanno passare come tale, che è il pensiero calcolante.
Il problema però è che questo "modus vivendi" è in grado soltanto di farci apparire ciò che è utile, o che possa appagare i nostri bisogni, ma visti sotto un ottica individualistica oppure si sistema.
Tutto il nostro pensiero è finalizzato a questo, tutte le nostre azioni vanno in questa direzione, anche chi ne vorrebbe rimanere fuori.
Mortificante io direi.
Quando guardiamo un quadro il più delle volte pensiamo: chissà quanto costerà, che bello sarebbe averlo in sala; alcuni addirittura se avessi potuto farlo io....
Questo è il pensiero calcolante, anche di fronte alla pittura, che è la libera espressione per antonomasia, come la scrittura del resto.
Sembra infatti che anche l'arte non abbia valore in sè, se a sua volta essa non entra nel mercato o nella visibilità ai più. Così in questo modo non sappiamo più cos'è il bello, il buono, il giusto, il virtuoso e, soprattutto, cos'è il vero.
Perchè un arte sia vera deve essere diretta, deve saper parlare e deve esistere in una condizione di pensiero libero, al di fuori delle contese tecnologiche e calcolanti. Il rischio è la sua mercificazione, merce di scambio all'interno di un mercato, quindi un apparato di per sè non libero.
Questo pensiero calcolante ci impedisce al giorno d'oggi di usare la parola, la frase logicamente valida, come mezzo di espressione. Si parla solo per segni, per icone, per immagini.
Una spiegazione c'è, eccome penso io: il linguaggio semeiotico è il più semplice e immediato.
Per alcuni versi è giusto. Faccio un esempio: è molto meglio mettere un cartello di STOP ad un incrocio così le auto si fermano che non mettere una persona che spieghi ogni volta perchè è giusto fermarsi. In questo caso il linguaggio dei segni è razionalmente giusto, l'ideale.
Ma questo tipo di comunicazione ha ormai invaso tutto il nostro panorama dialogoico, dalle trasmissioni TV, al linguaggio politico, fino alla comunicazione fra le persone.
La semplice espressione: quel tizio non mi piace perchè veste male è un tipico esempio di comunicazione per segni, un non-dialogo quindi una mancata voglia di ricerca della verità.
Anche in internet la maggior parte del linguaggio è fatto per segni, per codici comportamentali, dove spesso il fine è la ricerca di una relazione ( di qualsiasi tipo) che non il semplice comunicare al fine di arricchirci.
Stiamo tornando alle parabole, alle verità contenute in sè perchè " segni inequivocabili del logos" dove invece il logos è stato da molto tempo abbandonato dalle condizioni d'uso del linguaggio tecnologico.
Lo ha detto la televisione, quante volte ho sentito questa frase come giustificazione del vero, come scoperta inequivocabile di verità.
Mi viene allora da ricordare come nel medioevo il concetto di vero fosse molto diverso che nel 1800. Bastava che la fonte provenisse da una istituzione insindacabile, come la chiesa, che tutto assumesse a vero. In un atto di vendita di un terreno nei dintorni di Parigi, da parte dei monaci benedettini, cita testualmente che il terreno è dei monaci perchè così è sempre stato. Questo era il concetto di verità.
Ai giorni nostri mi sembra che stiamo ritornando a quel periodo.
Constato quindi che la tecnica non è un mezzo a disposizione dell'uomo, ma è l'ambiente stesso, all'interno del quale anche l'uomo subisce una modificazione, dettata dal linguaggio che ormai è iconico, semeiotico, fatto di figure e segni.
Noi crediamo allora di essere in contatto con il mondo, di poterlo conoscere fino in fondo grazie alla tecnica, ma siamo, invece, soltanto in contatto con la sua rappresentazione.
Lorenzo
giovedì 28 aprile 2011
Sul diritto all'eutanasia, alla buona morte e il Dio silente

Non ho voglia di fare appelli, o proclami o metterla in politica, come si suol dire, perchè significherebbe, seguendo anche le regole della democrazia, che un parte vincerebbe e l'altra subirebbe.
Parlare di etica significa, per me, ragionare, guardarsi in faccia e decidere cosa sia meglio per tutti. Una regola comune e quindi un comune sentire, partendo da cose concrete e rifarsi a ideali più alti.
Questa è la regola della ragione e del confronto.
Sta tornando alla ribalta il provvedimento di legge contro l'eutanasia, un vero e proprio colpo di mano di questa " maggioranza minoritaria" e minorile nei suoi gesti. I fatti sono molto semplici da elencare. un provvedimento di legge fatto d'imperio per aggraziarsi il Vaticano dopo gli spregevoli comportamenti di questo governo. Meglio avere il vaticano dalla propria parte e non l'etica o il popolo.
Ma c'è uno strano silenzio, il silenzio di Dio. Non perchè sia impegnato a far salire sul podio più alto papa Giovanni Paolo II, proprio in questi giorni, è un silenzio che non sta a indicare la sua assenza, ma un silenzio indignato.
Il Dio a cui mi riferisco è il Dio biblico, quello pronto a punire o perdonare in base alle scritture e alla bontà divina e il suo silenzo è segno che le azioni degli uomini non sono degne di punizione o perdono, ma sono perverse. E' il male che sta trionfando, soprattutto per bocca degli alti prelati della Città del Vaticano.
Decidere un do ut des, uno scambio di favori, al fine di alleanze strategiche aventi interessi comuni sulla pelle del popolo di Dio è segno di perversione, un vero e proprio mercato fuori dal tempio.
Invocarne il ritorno è pura follia, perchè già Nietzsche disse:
"potrei credere solo in un Dio che sapesse danzare"
E quel danzare è riferito insieme a noi, un inizio possibile solo se noi abbandoniamo il pregiudizio, solo se noi abbiamo la possibilità di vedere la scienza come gaia, la gaia scienza.
Ho appositamente usato un linguaggio teologico-filosofico perchè credo che ci possano essere punti in comune con queste due culture, quella laica e quella cattolica e quanto ho scritto sopra è uno di questi.
Ciò che stupisce è l'assenza di senso, quel vuoto di ragione che sta pervadendo la politica italiana.
Partiamo da un fatto e da un diritto univarsalmente riconosciuto: ci sono persone che soffrono e che vogliono terminare CON DIGNITA' la propria esistenza; la libertà individuale di poter fare scelte che non limitano nè altre libertà nè le altrui coscienze. Sto parlando di quello che io chiamai: IL DIRITTO AD UNA BUONA MORTE.
E' un diritto, sacrosanto, inviolabile, indiscutibile, e la società ha il dovere di garantirne l'applicazione.
Perchè continuare a soffrire? In nome di cosa? Di Dio? No, non in questo caso, perchè la legge che ne proibirebbe l'applicazione è contro Dio, perchè ne ha provocato il silenzio.
I Papi parlano un linguaggio simbolico, il Vaticano, per mezzo dei suoi principi no, parla un linguaggio politico, morale, etico. la loro missione è salvare e guidare le anime, ma mi spiace, le nostre vite no, sono sacre sia per quel Dio silente che per noi e comunque Il vaticano si rifà sempre ai discorsi simbolici dei Papi.
Ma la storia umana è uscita da quella fase simbolica, che aveva solo nella religione il suo fontamento, che con l'Illuminismo ha promosso il primato della ragione, partendo da Kant per arrivare ai giorni nostri. Le fondamenta della società occidentale sono laiche, piaccia o non piaccia.
Questa fase politica italiana è troppo ammantata di sacralità, di idolatria, di servilismo verso ciò che appare più grande, e quando il conflitto si fa duro la ragione in genere collassa sommersa dalla dimensione simbolica che infiamma i cuori e annebbia le menti.
La ragione può sopprimere questa dimensione, in modo che i deboli strumenti della ragione possano di nuovo prevalere per rischiarare quel buio della mente che non ci permette di scegliere ciò che è bene per l'umanità, in poche parole una condotta eticamente corretta.
La ragione potrà fa apparire una luce che, anche se non sarà sfolgorante come quella di un Dio, potrà consentire a uomini così culturalmente distanti, perchè provenienti da culture diverse, guardarsi in volto e finalmente riconoscersi.
Lorenzo
domenica 17 aprile 2011
Amore
"Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro.
Non si puo certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provino una passione cosi ardente a essere insieme.
E' allora evidente che l'anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e percio la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio."
Platone
Questo è un passo del Simposio di Platone, forse uno dei più enigmatici, dove egli si interroga quale sia il vero motivo dell'unione di due persone. Si interroga cosa sia davvero l'amore, al di là delle cose materiali.
Io ho sempre pensato che non bisogna leggere Platone in modo " platonico", cioè come una serie di idee troppo al di là del reale, ascetico, quasi cristiano.
Platone ha sempre guardato molto in alto, si è sempre chiesto, facendo parlare sempre Socrate, ciò che si può dire e ciò che è indicibile sotto forma di ragione la prima, follia la seconda, cosa l'anima dice e cosa non può dire, perchè al di fuori del mondo delle idee.
L'amore, sempre secondo Platone, sta in quella sottile terra in parte buia in parte luminosa dove termina la possibilità di dire secondo regole stabilite e inizia quello sfondo buio ed enigmatico dove l'anima naviga senza la ragione e il corpo è il mezzo del suo linguaggio.
L'amore può appartenere all'enigma e l'enigma all'indicibilità.
Quindi l'interrogativo del filosofo ateniese è cosa l'anima riesce o non riesce a dire con la parola, con il logos, dove la regola non basta a spiegarne il contenuto.
Amore non è la ricerca dell'altro, ma di uno nell'altro, di quella parte di noi mancante che cerchiamo perchè finita in quel buio a cui non ci è permesso guardare, ma che con il sentimento dell'amore l'anima inizia ad esplorare, proprio dentro l'enigma dell'altro.
Nell'amore è più facile " abitare" nella sottile linea in parte buia e in parte luminosa che ci appartiene perchè abbiamo iniziato a farci abitare la persona amata. Quindi un viaggio all'interno di questa terra dentro la nostra anima proprio come Dante, nella divina commedia guidò Virgilio, quel Virgilio a cui era impedito l'ingresso da solo, perchè da soli la nostra anima rimane inesplorata.
Perchè uno o una soltanto?
Perchè l'eros si che ci indirizza anche verso altre persone ( possiamo provare attrazione per più di uno), ma sono fuori di noi e non ci abitano, non concediamo loro l'entrata della nostra anima, non ci servono per esplorarne la parte enigmatica, ma soltanto per provare le pulsazioni del nostro corpo, un linguaggio che conosciamo bene e che sempre ci attrae. Ma questo linguaggio è conosciuto quindi non ci porta da nessuna parte, continuamo a rimanere fuori dai canceli dell'enigma. Fare solo sesso è piacevole ma non ci conduce da nessuna parte.
Ad un certo punto però " l'altro" ci abita, ce lo troviamo dentro, ci abita intimamente, e con lui iniziamo quel viaggio dentro la nostra anima alla ricerca della sua parte enigmatica.
l'enigma è tale perchè non è inconscio, noi siamo ben coscienti dei sentimenti amorosi, il problema è che non ha una soluzione definitiva, non ci si sente mai appagati appieno dall'amore, perchè non finisce mai il viaggio dentro di noi.
E' proprio questo insoluto la parte che ci affascina.
L'insolubilità del mistero amoroso ci induce a quel progressivo cedimento di noi stessi rendendo possibile l'apparizione di quell'enigma di cui l'eros-amore ne è contorniato.
L'amore non è sempre gioia, perchè a volte l'enigma della nostra anima ci sovrasta facendoci perdere il sentiero dell'esplorazione o la traccia dell'altro.
Bisogna saper sempre restituire ad Amore il suo senso; non solo vicende di corpi o parole esploranti il conosciuto dentro di noi, ma lasciare la traccia della lacerazione della nostra anima, che spesso chiamiamo passioni del cuore, in modo che quella ricerca della pienezza, quell'interminabile viaggio dentro le proprie anime rimanga per sempre, tramite l'amplesso, , traccia, passaggi nuovi, a memoria dei nostri tentativi e delle nostre sconfitte.
L'enigna dell'anima come faro della nostra vita insieme all'altro e meta da inseguire.
Lorenzo
lunedì 7 febbraio 2011
Riflessione partendo da Platone per arrivare......lo direte voi.

Platone ha scritto che " si può perdonare un bambino che ha paura del buio, ma non un adulto che ha paura della luce. Questa è la vera tragedia"
E allora cosa significa essere adulti?
E' l'idea che uno ha di sè che ci differenzia dai bambini.
Gli uni non sono migliori degli altri, spesso, nel libero ragionare, si dà la colpa ai grandi, ci prendiamo le colpe, giuste o sbagliate che siano, lasciando fuori i nostri figli. Ma, alla fine, in pratica, è contro di loro che ci muoviamo, timorosi che ci rubino i nostri spazi.
Spesso si parla di Alienazione. La parola significa essere lontani, trovarsi altrove, ma questa alienazione riguarda, a mio giudizio, solo noi adulti; i bambini ne sono fuori, semmai hanno delle paure, più che comprensibili direi.
E allora se siamo alienati, se ci troviamo " fuori da questo mondo" dove siamo? Siamo appunto in una dimensione fanciullesca, ancora immatura. Abbiamo paura del buio e ci perdoniamo rimanendo in questo stato adolescenziale, rendendoci felici dei " giochi" che questa società ci mette a disposizione. E qui l'affaire Berlusconi ci sta tutto dentro.
Continuamo ad essere spettatori perchè, come gli animali, non sappiamo cosa dire, cosa aggiungere a questo mondo. Creiamo, costruiamo, progettiamo, ma aggiungiamo materia alla materia; l'intelligenza umana non si esprime con un grattacielo o una diga, ma con il sapere che questo progetti saranno una volta terminati, condivisi da tutti. E questo non lo facciamo, anzi, lottiamo per la paternità di quest'ultimi.
Lottiamo per una paternità di un ponte e non sappiamo essere padri con i nostri figli, tralasciando di tramandare quel sapere che andrebbe invece cumulato di generazione in generazione affinchè una società diventi davvero adulta e possa, allora, guardare la luce ricordandoci di quanto eravamo stupidi ad avere paura del buio.
Lorenzo
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