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sabato 3 dicembre 2011

Il principio regolatore





Tutti abbiamo delle linee di demarcazione morali o etiche, religiose o politiche, oltre cui non è possibile andare. Un esempio per tutti è l'omicidio in quanto la vita è da salvaguardare sotto ogni forma. Ma lo stato uccide tramite le condanne a morte oppure con le guerre. Ecco uno scostamento di questa linea di demarcazione.
Allora il tracciare delle linee non serve a garantirci " equità di trattamento", oppure " garanzia di equilibrio" in quanto ognuno, a seconda delle esigenze, può oltrepassare i limiti che ci siamo dati.
Cosa c'è al di sopra di questi confini, come si può fare per garantirci leggi stabili e durature? Nulla io credo, soltanto rifarci a principi regolatori, condivisi da tutti e che siano leggi universali.
Uno di questi principi è l'uomo stesso, al centro della sua stessa società, e per molti al centro del mondo. Leggi molto importanti e giuste sono state emanate proprio salvaguardando questo principio, l'inviolabilità dell'uomo stesso, con le sue libertà e i suoi bisogni.
Uno di questi bisogni e l'eliminare il più possibile le sofferenze, che siano la fame e gli altri bisogni fisici, ma anche quelli etici come le libertà e la libera espressione individuale.
Come ci poniamo di fronte alla vita e, di conseguenza, di fronte alla non vita?
Lasciar vivere perchè non ha lo stesso valore di lasciar morire?
Lo stato permette, anzi, obbliga una persona terza a uccidere un altro uomo ma non permette a un singolo la scelta per la propria vita, perchè?
Domande difficili ma, secondo me, le risposte sono invece facili.
Far vivere e lasciar morire, c'è un nesso logico fra queste due affermazioni, un continuum razionale che parte proprio dalla logica degli opposto vita-morte.
Il dubbio atroce, quello che attanaglia ognuno di noi quando cerca di mettere mano a questioni etiche di tale rilevanza è il seguente:

" C'è differenza fra lasciar morire e dare la morte?"

Se ci limitiamo a parlare di questo argomento sotto forma di libertà siamo perdenti già in partenza, perchè lasciare la libertà del suicidio ( un termine che non mi piace, preferirei chiamarlo, atto finale della propria vita) ci si arresta subito: la libertà del decidere sul proprio atto finale della propria vita si scontra inevitabilmente con la fine di tutte le altre libertà in quanto abolisce se stessa nello stesso istante.
Kant fu nettamente contrario al suicidio. Lo spiega in una frase che, secondo me, potrebbe essere la migliore spiegazione per chi si batte contro l'eutanasia :
" quando ci si da alla morte si distrugge nella propria persona un soggetto capace di decidere liberamente, disponendo di sè solo come un mezzo e non come un fine, portando l'intera umanità ad abbassarsi alla sua stessa persona".
Trovo meraviglioso questo concetto, ma vale soltanto, secondo me, per chi desidera il suicidio come rinuncia alla propria vita e non come scelta in vista di una non-buona-morte.
Kant afferma, in sostanza, che l'uomo non ha il diritto di impiegare la sua libertà per distruggersi.
Ma il concetto e il significato di eutanasia, secondo il mio parere, va molto oltre. Io qui intendo il diritto ad una buona morte, che equivale allo stesso modo di un diritto ad una buona vita.
La morte ci appartiene come la vita e come tale ho il diritto di chiudere quella porta io stesso. Quella stessa porta del MIO tempo che il tempo stesso ha reso me inumano e impossibilitato a vivere la vita come io la concepisco secondo la mia ragione.

( Dedicato a Lucio Magri e a tanti altri )





Lorenzo

giovedì 28 aprile 2011

Sul diritto all'eutanasia, alla buona morte e il Dio silente





Non ho voglia di fare appelli, o proclami o metterla in politica, come si suol dire, perchè significherebbe, seguendo anche le regole della democrazia, che un parte vincerebbe e l'altra subirebbe.
Parlare di etica significa, per me, ragionare, guardarsi in faccia e decidere cosa sia meglio per tutti. Una regola comune e quindi un comune sentire, partendo da cose concrete e rifarsi a ideali più alti.
Questa è la regola della ragione e del confronto.
Sta tornando alla ribalta il provvedimento di legge contro l'eutanasia, un vero e proprio colpo di mano di questa " maggioranza minoritaria" e minorile nei suoi gesti. I fatti sono molto semplici da elencare. un provvedimento di legge fatto d'imperio per aggraziarsi il Vaticano dopo gli spregevoli comportamenti di questo governo. Meglio avere il vaticano dalla propria parte e non l'etica o il popolo.
Ma c'è uno strano silenzio, il silenzio di Dio. Non perchè sia impegnato a far salire sul podio più alto papa Giovanni Paolo II, proprio in questi giorni, è un silenzio che non sta a indicare la sua assenza, ma un silenzio indignato.
Il Dio a cui mi riferisco è il Dio biblico, quello pronto a punire o perdonare in base alle scritture e alla bontà divina e il suo silenzo è segno che le azioni degli uomini non sono degne di punizione o perdono, ma sono perverse. E' il male che sta trionfando, soprattutto per bocca degli alti prelati della Città del Vaticano.
Decidere un do ut des, uno scambio di favori, al fine di alleanze strategiche aventi interessi comuni sulla pelle del popolo di Dio è segno di perversione, un vero e proprio mercato fuori dal tempio.
Invocarne il ritorno è pura follia, perchè già Nietzsche disse:
"potrei credere solo in un Dio che sapesse danzare"
E quel danzare è riferito insieme a noi, un inizio possibile solo se noi abbandoniamo il pregiudizio, solo se noi abbiamo la possibilità di vedere la scienza come gaia, la gaia scienza.

Ho appositamente usato un linguaggio teologico-filosofico perchè credo che ci possano essere punti in comune con queste due culture, quella laica e quella cattolica e quanto ho scritto sopra è uno di questi.
Ciò che stupisce è l'assenza di senso, quel vuoto di ragione che sta pervadendo la politica italiana.
Partiamo da un fatto e da un diritto univarsalmente riconosciuto: ci sono persone che soffrono e che vogliono terminare CON DIGNITA' la propria esistenza; la libertà individuale di poter fare scelte che non limitano nè altre libertà nè le altrui coscienze. Sto parlando di quello che io chiamai: IL DIRITTO AD UNA BUONA MORTE.
E' un diritto, sacrosanto, inviolabile, indiscutibile, e la società ha il dovere di garantirne l'applicazione.
Perchè continuare a soffrire? In nome di cosa? Di Dio? No, non in questo caso, perchè la legge che ne proibirebbe l'applicazione è contro Dio, perchè ne ha provocato il silenzio.
I Papi parlano un linguaggio simbolico, il Vaticano, per mezzo dei suoi principi no, parla un linguaggio politico, morale, etico. la loro missione è salvare e guidare le anime, ma mi spiace, le nostre vite no, sono sacre sia per quel Dio silente che per noi e comunque Il vaticano si rifà sempre ai discorsi simbolici dei Papi.
Ma la storia umana è uscita da quella fase simbolica, che aveva solo nella religione il suo fontamento, che con l'Illuminismo ha promosso il primato della ragione, partendo da Kant per arrivare ai giorni nostri. Le fondamenta della società occidentale sono laiche, piaccia o non piaccia.
Questa fase politica italiana è troppo ammantata di sacralità, di idolatria, di servilismo verso ciò che appare più grande, e quando il conflitto si fa duro la ragione in genere collassa sommersa dalla dimensione simbolica che infiamma i cuori e annebbia le menti.
La ragione può sopprimere questa dimensione, in modo che i deboli strumenti della ragione possano di nuovo prevalere per rischiarare quel buio della mente che non ci permette di scegliere ciò che è bene per l'umanità, in poche parole una condotta eticamente corretta.
La ragione potrà fa apparire una luce che, anche se non sarà sfolgorante come quella di un Dio, potrà consentire a uomini così culturalmente distanti, perchè provenienti da culture diverse, guardarsi in volto e finalmente riconoscersi.

Lorenzo

mercoledì 17 novembre 2010

Sulla Vita, sulla donna e altre cose nascoste




Si conoscono le malattie del corpo, un po' meno quelle della mente, molto poco quelle dell'anima e del nostro sentire pubblico.
Anima, mente, sentimento, sono quelli che fanno ammalare le idee, perchè anche queste si ammalano o, molto spesso, si irrigidiscono, indice di un loro prossimo sopimento e oltrepassamento della loro funzione nella società.
E siccome la nostra vita è regolata da tutti questi fattori,  noi dobbiamo aver cura di loro ed essere pronti ad intervenire; non solo per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per dargli un ordine e una nuova collocazione.
Le idee, a un certo punto, diventano così radicate al nostro interno e nella nostra società da agire come dettami ipnotici, chimere da inseguire ad ogni costo e con ogni mezzo. L'idea, a questo punto, può diventare mito oppure dogma, che mai verrà attraversata dalla ragione umana, ma rimarrà in quello spazio del trascendente a guidare prima tutto noi, ma con il tempo, quando saremo spogliati della capaccità crtitica, a impossessarsi delle nostre azioni.
A diferenza delle idee in movimento, i dogma e i miti ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici e istintivi, quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove la luce della nostra ragione fatica ad entrarvi. Questo perchè i miti sono idee semplici, svuotate di quel contenuto creativo dal passare del tempo e dal cambiamento della società.
Una di queste idee ormai obsolete ma ben radicate nel più profondo delle nostre anime riguarda il ruolo della donna nella società, la donna come figura materna separata dal suo essere persona.
Da molti anni non siamo più pervasi dall'inquetudine della domanda, quindi non ci chiediamo più quali siano i reali bisogni di questa parte così importante della coppia, di questa parte così importante per la vita stessa.
Lo status di donna-madre è nettamente staccato da quello di donna-faber ( neologismo da me coniato, dove intendo la donna nella società tecnologica, il suo ruolo), per non parlare dello status di donna-persona, ancora relegato a una discussione pseudointellettuale sul femminismo come conquista e non come cosa acquisita.

Occorre allora svegliarci da questa quiete  del mito della donna, questo sonno dogmatico, come direbbe Kant, perchè molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono non dalle emozioni, ma dalle idee- mito accovacciate sullla pigrizia del nostro pensiero e accovacciate dalla comodità di una società maschilista dove non è l'uomo che comanda, ma è l'uomo che dorme crogiolandosi sul letto della staticità dell'anima.
Dobbiamo allora rivisitare in nostri miti, le nostre certezze acquisite per comodità, recuperando quella
"presenza nel mondo"  ormai  cambiato, esigendo il nostro cambiamento interiore e il nostro modo di confrontarsi con esso e fra i nostri simili.
Un pensiero avventuroso, coraggioso, che guardi avanti e sappia leggere i cambiamenti sociali in modo più rapido. Non sarebbe difficile, anzi, credo molto semplice se solo abituassimo la nostra mente a guardare prima fuori  di noi con lo sguardo curioso di chi vuole imparare conoscendo e poi, lentamente ma con continuità, imparare a guardare la nostra anima e confrontarla con l'esterno.
Un esempio da cui è possibile iniziare è il diritto alla vita e alla morte come valori dell'uomo e parte del nostro essere nel mondo. La donna si vista si come chi la vita genera, ma come un'unica persona che ha il coraggio di aprirsi, insieme o da sola, alle crisi del mondo aiutata dalla ragione che riesce a sconfiggere il granito del mito.

Ho scritto, in un commento, che la fede è un atto d'amore e la fede in Dio come l'atto supremo.
Io penso, infatti, che credere in Dio sia un tentativo di andare verso il bene. Da un punto di vista Aristotelico come l'atto a cui l'uomo naturalmente tende. Lo penso davvero.
Ma sono anche fermamente convinto che si possa tendere al bene in molti altri modi, non meno nobili, non meno teleologicamente inferiori.
Allora sel il punto di incontro è la tendenza al bene dobbiamo convenire tutti insieme che un problema c'è: il dogma è contro la ragione e non è per forza un atto di fede in Dio, un' ubbidienza supina devotamente allontanante dalla ragione.
A questa consecutio logica io credo molto, come credo che vadano scardinati i dogmi e i miti che impediscono una visione del mondo attraverso l'intelligenza, la ragione che di appartenenza all'uomo solamente.
E allora possiamo si discutere di vita, dove l'ultima parola spetta all'uomo, alla donna e a nessun altro, all'interno delle regole che noi ci diamo ma dove il fine sia il bene e la felicità della coppia o del singolo che insieme portano avanti e fanno crescere le speranze di nuove vite, ma dove anche la morte deve avere una sua collocazione all'inerno della ragione e delle regole. il diritto ad una buona morte, il diritto di scegliere come e dove morire.

Non sempre sono idee " chiare e distinte" come voleva Cartesio, spesso all'inizio sono solo abbozzi, interpretazioni, idee appena nate che però consentono alla mente di allargare i suoi orizzonti, che poi sono anche i nostri e a noi di diventare più tolleranti, perchè più aperti e capaci di comprendere, quindi di vivere.
Spesso non riusciamo a dare una definizione netta di uomo o di donna, questo è il nostro male moderno, perchè ci limitiamo all'esteriore, all'apparire, ai nostri ruoli precostituiti.
Forse sarebbe ora di  trasmettere alla nostra anima, che sempre sarà alla ricerca di se stessa, che la carne e lo spirito possono intrecciare i loro complicati dialoghi, che è famigliare l'aurora e il crepuscolo, che è cosa normale la notte come il giorno. Ma ci saranno sempre due momenti della giornata in cui il giorno non è giorno e la notte non è solo notte .
Questi due momenti si chiamano, e per sempre si chiameranno, uomo e donna.

Lorenzo


giovedì 14 ottobre 2010

Inaccettabile




E' inaccettabile che si dia un premio Nobel a uno scienziato onesto
E' inaccettabile che venga dato a un medico definito dal Vaticano " un medico che applica tecniche animalesche"
E' inaccettabile che venga premiato uno scienziato che ha dato gioia a milioni di nuove mamme
E' inaccettabile che si premi uno scienziato che disattende tutte le norme etiche.

Con queste frasi il Vaticano ha così bollato la premiazione del Prof. Robert Edwards padre della fecondazione artificiale.
Ancora una volta la fabbrica dei preti pedofili  ha sentenziato contro la scienza, la scienza a favore dell'uomo, a favore delle donne che desiderano avere figli ma che madre natura non permette loro.
La mia domanda è molto semplice e di carattere filosofico:
Qual'è il limite etico superato da questo scienziato che ha lavorato, da un punto di vista teleologico, per la vita e la felicità umana e solo a favore di essa?

L'attuale legge sulla fecondazione assistita italiana è fra le peggiori esistenti in Europa, la famigerata Legge 40.
Essa non permette un normale seguito della profilassi e delle tecniche impiantistiche  senza nessuna motivazione logoco-scientifica,solo gli interventi dei tribunali italiani e della Corte Costituzionale hanno consentito di avere un minimo di garanzie e di rispetto dei diritti individualzione scientifica, di adoperare tutte le tecniche messe in atto dal professore premio Nobel.
Quando Louise Brown, la prima bambina al mondo concepita in provetta, nacque, il 25 luglio del 1978 si parlò di scandalo, di procedura non etica e contro natura. Oggi le tecniche per la fecondazione artificiale sono numerose e consolidate in numerosi paesi esteri e vi si ricorre non solo per problemi di infertilità all'interno di una coppia, ma anche per evitare la trasmissione di malattie genetiche dai genitori al figlio. Se è normale eseguire dei controlli prima di una gravidanza, con lo scopo di individuare eventuali malattie, perchè in uno Stato laico non dovrebbe essere normale avendo lo stesso obiettivo, la diagnosi preimpianto?

Io penso che, alla luce di questo riconoscimento scientifico di carattere mondiale, tutte le forze laiche di questo paese debbano prendere seriamente in considerazione la riformulazione della Legge 40, contro tutte quelle forze bigotte e conservatrici, interpreti del bene e del male in un ottica di morale vaticana , in modo che si regolamenti la fecondazione assistita e non che la si vieti come succede da noi.
Forse molti non lo sanno, mi riferisco ai politici nostrani, ma sono ricominciati i viaggi della speranza all'estero, a volte in strutture mediche di cui si sa poco o nulla, ma comunque ad appannaggio di chi economicamente se lo può permettere, lasciando fuori tutta quella fascia di potenziali famiglie che desiderano figli ma con un reddito basso.
Ancora una volta diritti fondamentali della persona e della famiglia sono stati messi in discussione dai vaticanisti al governo....e nessuno, a sinistra, solleva il problema come si dovrebbe.


Lorenzo

giovedì 27 maggio 2010

Nostri fantasmi


Purtroppo non c'è nessuna legge che tuteli i figli ( quando non sono più in tenera età) dalla devastazione dei genitori quando questi diventano dipendenti da loro per cause di salute.
Ovviamente una tal legge non può esistere, semmai la società deve farsi carico, tramite il servizio sanitario, della loro custodia e mantenimento. Ma ciò non succede , almeno per chi ha un reddito normale.
Eppure, fra noi, esistono persone, più o meno sole, che si fanno carico di questo problema, pagando un prezzo molto alto soprattutto a livello psicologico.
Dobbiamo forse prendere lezioni di addio?Io penso proprio di no.
Il " naturale interesse" che hanno avuto i nostri genitori per noi deve essere in qualche modo ri-dato a loro proprio sotto forma di " interesse" per la loro situazione. E' una condizione in cui la maggior parte dei figli si sente di assumere.
Esite però, nella nostra società, una visione " caritatevole" di questo atto di amore dei figli verso i genitori, una sorta di dovere, in nome appunto della carità, a cui i figli devono obbedire, pena il cadere nel peccato.
Questa è una visione " materialista" che la cultura cattolica ha della vita, dal momento che la visualizza esclusivamente come evento biologico, produce quei sensi di colpa che una persona non confessa, ma inevitabilmente prova quando si augura che " la grande quercia" muoia per concedere un pò di luce e un pò di vita alle pianticelle che ha generato.
Questo è un sentimento invece che uno ha tutto il diritto di permettersi, a meno che non si consideri il diritto alla propria vita secondario rispetto a quello del genitore.
Parlando sempre secondo la morale cattolica, il Vangelo ci dice di amare il prossimo come noi stessi, lo ritengo giusto, anche se penso che molte altre morali più laiche dicano la stessa cosa, però il Vangelo non ci dice di amare il prossimo di più che noi stessi, quindi è lecito avere certi pensieri.
Ovviamente ciò non ci consente di passare alle vie di fatto, cioè abbandonare il genitore indigente, ma neppure farsi sensi di colpa per l'altro senso.
La vecchiaia spesso non è saggezza, come certa letteratura ci vuole far credere.
Nella cruda realtà spesso è devastazione del proprio corpo e in quello dei figli come conseguenza.
Ecco perchè io, in altri post, ho parlato del " diritto ad una buona morte". L'ho fatto per sè ma anche per chi vive intorno a certe situazioni.
Io non ho la soluzione a questo problema, ma so per certo che sperare di non soffrire sia i genitori che i figli sia un diritto sacrosanto.
Il diritto per un figlio di rimettere nel suo corso la natura, la quale prevede che i genitori " si congedino" , è un diritto naturale affinchè possano avere una vita che non sia solo quella consentita all'ombra della grande quercia che non lascia filtrare un solo raggio di sole.
Quindi tutto ciò che è compromesso fra il bisogno del genitore e il diritto del figlio a mio giudizio è lecito, non lasciando quindi che si costruisca un muro alle nostre emozioni e alla nostra naturale voglia di vivere.
Io trovo questo più dignitoso per tutti.

Lorenzo

" La caratteristica di una vita morta è di essere una vita di cui l'altro diventa il guardiano" J.Paul Sartre

mercoledì 4 novembre 2009

BIOTESTAMENTO, ritorno al medioevo



Dal Parlamento italiano esce l’ennesima pagina da cancellare. Mercoledì la commissione affari sociali della Camera ha deciso di adottare come testo base sul biotestamento il medesimo uscito dal Senato.
A parte il fatto che così facendo si sono buttati al vento tre mesi di lavoro e di acceso dibattito della commissione della Camera, quel che è ancora più grave è che si riparte da un testo che prevede l’obbligatorietà di alimentazione e idratazione artificiali nel fine vita.
In altre parole si chiama legge sul testamento biologico ciò che, in realtà, è una legge che vieta il testamento biologico e che stabilisce d’imperio che sul nostro fine vita non siamo noi, singoli esseri umani a decidere, ma è lo Stato che lo fa per tutti e per legge.
Si tratta di un’impostazione oscurantista e confessionale, che ci riporta al Medio Evo dei diritti civili, in quanto nega quello che dovrebbe essere un valore da salvaguardare imprescindibilmente in una democrazia laica e liberale, e cioè, il principio per cui, considerata la delicatezza e i valori etici, religiosi e morali, che le scelte in ordine al fine vita chiamano in causa, lo Stato dovrebbe rispettare le scelte del singolo individuo, che non siano in contrasto con la coscienza collettiva e con la scienza medica.
La libertà cui ogni persona ha diritto relativamente ai trattamenti sanitari cui essere o non essere sottoposta, non può e non deve essere ignorata.
E’ impensabile che in un paese civile accada ciò. E’ lesivo della libertà individuale che una persona debba essere obbligata a rimanere attaccata ad una macchina. Eppure, di fatto, è quello che decide questa legge oscurantista. Una sorta di moneta di scambio che il governo offre alla Chiesa per far dimenticare i peccati di Silvio.
Italia dei Valori si impegnerà con ogni mezzo a sua disposizione perché si portino avanti i diritti civili della persona, perché si salvaguardi quella sfera individuale, il cui rispetto è alla base di ogni società civile. E non penso soltanto al biotestamento, ma anche ad altri temi che reputo assolutamente centrali, quale quello sulla procreazione assistita, dove una legge delirante ha portato l’Italia ad uscire dal novero dei paesi civili, al contrasto dell’omofobia, che ultimamente ha assunto dimensioni allarmanti, alla definizione di un codice di diritto per le coppie di fatto, che riguarda milioni di persone, sia etero, che omosessuali, ma che pure sembra caduta nel dimenticatoio.
Noi riteniamo che la coscienza e la libertà di ciascuno debbano tornare al centro della politica e ci batteremo perché questo accada.

Dal blog dell'ON massimo Donadi

Lorenzo

mercoledì 22 luglio 2009

Artificiale o spontaneo

Habermas, uno dei più grandi filosofi tedeschi contemporanei, è ormai diventato un classico della letteratura filosofica etica e politica.Di estrazione kantiana si è sempre occupato dei più grandi argomenti di attualità in campo filosofico .
La tesi principale sostenuta dall’autore, in campo bioetico, è la seguente: nel momento in cui pratiche di ingegneria genetica, in particolare Habermas parla di diagnosi preimpianto e sperimantazioni sulle staminali, oltrepassano i limiti della finalità terapeutica e clinica vanno sicuramente vietate, poiché minacciano la libertà del soggetto di poter essere se stesso manipolando il suo “indisponibile” patrimonio genetico.

Habermas critica i deboli argomenti di coloro che sostengono una genetica liberale( Inglesi) basantesi sull’analogia tra modificazioni genetiche tecnicamente prodotte e modificazioni pedagogiche del carattere. perchè l'ingegneria genetica liberale si sta interessando acnhe di questa parte del genoma umano ( sperimentazioni sui carcerati).

Addirittura ci sono studi sulla equivalenza tra genetica ed educazione e sulla conseguente estensione del potere educativo dei genitori alla libertà di intervenire anche sul corredo genetico ei propri figli. In realtà tutto ciò porterebbe per Habermas alla pericolosa perdita della distinzione tra artificiale e spontaneo, tra ciò che è tecnicamente prodotto e ciò che è spontaneamente divenuto, l’essere umano geneticamente modificato scoprirà se stesso come un prodotto tecnico e non come un organismo spontaneo.
La manipolazione genetica è un qualcosa a cui il futuro individuo non può ribellarsi, di conseguenza è una grave minaccia alla sua libertà etica.

Quello che voglio inoltre sottolineare è la totale assenza, in questi dibattiti di alto livello, dei filosofi italiani,( per non parlare dei politici!) ancora impegnati a chiedersi se è giusto un intervento del Papa nelle questioni politiche, oppure il loro sguardo filosofico è appannato dal platonismo sempre più dilagante dove le idee, provenienti da chissà dove, non sono ad uso della ragione umana.

Lorenzo

mercoledì 1 luglio 2009

Il diritto alla buona morte


" Il diritto di morire non ha a che fare con il suicidio. L'essere in presenza di una malattia incurabile come causa di morte ci consente di distinguere il non contrastare la morte e il suicidarsi, tra il lasciarsi morire e il provocare la morte"
Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica

venerdì 19 giugno 2009

La ragione come compito etico




Se l'illuminismo fosse solo una corrente di pensiero o il tratto tipico di un'epoca storica, la discussione potrebbe essere confinata nell'ambito delle dispute filosofiche.
Dopo avere definito lo stato di minorità da cui l'umanità deve uscire come "l'incapacità di servirsi del proprio intelletto", Kant attribuisce la responsabilità di tale minorità all'uomo stesso"quando la causa non risiede nell'intelletto stesso,ma dipende dalla mancanza di determinazione e di coraggio nel servirsene,appunto,senza la guida degli altri".
Quindi c'è una responsabilità a non essere illuministi, che non investe solo le sorti della conoscenza, ma la dignità stessa dell'uomo, che rinuncia a servirsi, proprio di ciò che lo distingue: l'uoso della ragione.
Con l'Illuminismo, il gesto filosofico diventa " gesto etico " e, per effetto di questa saldatura, l'illuminismo non è più solo la caratteristica di un'epoca storica, ma la prerogativa della condizione umana, che non può essere disattesa, se non al costo,come dice Kant " di violare e calpestare i sacri diritti dell'umanità".
E' quindi eticamente doveroso essere illuministi, non solo per salvaguardare l'autonomia del proprio giudizio,ma anche per garantire questa autonomia alle generazioni future,della ui libertà di pensiero siamo responsabili.
quanto basta per dire che l'illuminismo,quindi l'uso della ragione, non è una caratteristica di un'epoca, ma un dovereetico da trasmettere ogni volta che una religione, una visione del mondo, un'autorità, una propaganda tendono a far passare se stesse e i loro contenuti come verità assolute, a cui bisogna semplicemente aderire rinunciando ad indagare.
Questo è il messaggio dell'Illuminismo,non un semplice gesto filosofico, ma una carica di "doverosità etica",per l'emancipazione del genere umano.
La chiesa ,ovviamente è antiilluminista.
Tramite i suoi filosofi e teologi,ha lanciato,da qualche anno, una campagna contro quell'epoca.
Si può riscontrare in quelle tesi solamente una svalutazione dell'uomo.
A parer loro l'uomo è incapace di pervenire da sè a delle verità e quindi bisognoso di un indottrinamento, di una guida, o ,come diceva Kant "di tutori".
Socrate.d'altro canto,riteneva che l'uomo da solo,attraverso il dialogo, poteva cercare la verità tramite l'uso della ragione (come Kant del resto).
Questa è la differenza tra il metodo Socratico e il metodo Catechetico. Chi è persuaso di possedere la verità(i catechesi) ritiene che il compito sia quello di trasmetterla con modalità più o meno intolleranti a seconda delle epoche storiche.

Lorenzo

mercoledì 18 febbraio 2009

Il bene dell'individuo e il bene della città




"Si converrà che su di esso verte la scienza più importante ed "architettonica" in massimo grado; e tale è evidentemente la politica.[...] e vediamo inoltre che sono subordinate a questa le più apprezzate capacità, quali la strategia, l'economia, la retorica; e poiché la politica si serve delle altre scienze pratiche e per legge stabilisce inoltre che cosa si debba fare e da quali cose si debba astenersi, il suo fine comprenderà anche quelli delle altre e, di conseguenza, sarà il bene propriamente umano.
Difatti se il bene per il singolo individuo e per la città sono la stessa cosa, conseguire e mantenere quello della città è chiaramente cosa più grande e più vicina al fine, poiché tale bene è, sì, amabile relativamente al singolo individuo, ma anche più bello e più divino in relazione ad un popolo e a delle città.
E dunque la nostra ricerca, che è una ricerca politica, è volta verso tali obiettivi."

(Aristotele, Etica Nicomachea)

lunedì 9 febbraio 2009

L'etica laica

"L'Etica laica, dopo aver messo sullo sfondo Dio e l'imperscrutabilità delle intezioni umane, formulò con Kant quel principio secondo cui "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo". È questo un principio che ancora attende di essere attuato, se è vero che oggi le merci e i beni hanno una possibilità di circolazione ben superioe a quella degli uomini, e gli uomini nei vari paesi sono accolti solo se produttori di servizi di beni e di merci..."
U. Galimberti - "Scienza e politica, patto di alleanza",

lunedì 10 novembre 2008

Sull'uso della ragione come compito etico

















Se l'illuminismo fosse solo una corrente di pensiero o il tratto tipico di un'epoca storica, la discussione potrebbe essere confinata nell'ambito delle dispute filosofiche.
Dopo avere definito lo stato di minorità da cui l'umanità deve uscire come "l'incapacità di servirsi del proprio intelletto", Kant attribuisce la responsabilità di tale minorità all'uomo stesso"quando la causa non risiede nell'intelletto stesso,ma dipende dalla mancanza di determinazione e di coraggio nel servirsene,appunto,senza la guida degli altri".
Quindi c'è una responsabilità a non essere illuministi, che non investe solo le sorti della conoscenza, ma la dignità stessa dell'uomo, che rinuncia a servirsi, proprio di ciò che lo distingue: l'uoso della ragione.
Con l'Illuminismo, il gesto filosofico diventa " gesto etico " e, per effetto di questa saldatura, l'illuminismo non è più solo la caratteristica di un'epoca storica, ma la prerogativa della condizione umana, che non può essere disattesa, se non al costo,come dice Kant " di violare e calpestare i sacri diritti dell'umanità".
E' quindi eticamente doveroso essere illuministi, non solo per salvaguardare l'autonomia del proprio giudizio,ma anche per garantire questa autonomia alle generazioni future,della ui libertà di pensiero siamo responsabili.
quanto basta per dire che l'illuminismo,quindi l'uso della ragione, non è una caratteristica di un'epoca, ma un dovereetico da trasmettere ogni volta che una religione, una visione del mondo, un'autorità, una propaganda tendono a far passare se stesse e i loro contenuti come verità assolute, a cui bisogna semplicemente aderire rinunciando ad indagare.
Questo è il messaggio dell'Illuminismo,non un semplice gesto filosofico, ma una carica di "doverosità etica",per l'emancipazione del genere umano.
La chiesa ,ovviamente è antiilluminista.
Tramite i suoi filosofi e teologi,ha lanciato,da qualche anno, una campagna contro quell'epoca.
Si può riscontrare in quelle tesi solamente una svalutazione dell'uomo.
A parer loro l'uomo è incapace di pervenire da sè a delle verità e quindi bisognoso di un indottrinamento, di una guida, o ,come diceva Kant "di tutori".
Socrate.d'altro canto,riteneva che l'uomo da solo,attraverso il dialogo, poteva cercare la verità tramite l'uso della ragione (come Kant del resto).
Questa è la differenza tra il metodo Socratico e il metodo Catechetico. Chi è persuaso di possedere la verità(i catechesi) ritiene che il compito sia quello di trasmetterla con modalità più o meno intolleranti a seconda delle epoche storiche.

Lorenzo

giovedì 6 novembre 2008

L'eutanasia e il diritto a una buona morte


Il diritto di morire non ha a che fare con il suicidio.
L'essere in presenza di una malattia incurabile come causa di morte ci consente di distinguere tra il non contrastare la morte e il suicidarsi, tra il lasciarsi morire e il provocare la morte.

Lorenzo

martedì 7 ottobre 2008

Sull'integrazione sociale


Dal punto di vista sociologico, si possono mettere in rilievo tre categorie concettuali di riferimento: integrazione, interazione, inclusione, ognuna delle quali mette in moto un meccanismo relazionale che ha esiti diversi. Tra i tre termini è l’ultimo quello più innovativo, in quanto scaturito dal dibattito sulle relazioni interculturali. Inclusione “dell’altro” significa accogliere all’interno di un sistema la diversità che l’altro di per sé incarna, facendone parte costitutiva, basata “…sul riconoscimento reciproco tra individui, “diversi” sì, ma ugualmente partecipi e responsabili della realtà che condividono”.metodo di lavoro che implica un processo di de-costruzione di quell’immaginario complesso, che è la lente attraverso la quale vediamo e interpretiamo la realtà. L’adesione a questo metodo, che diventa alla fine impostazione di pensiero, non implica una perdita identitaria o culturale, bensì l’accettazione di L’inclusione fonda, da un punto di vista pedagogico, un concetto di intercultura intesa come un’idea complessa, sfaccettata, non lineare di realtà.
Lorenzo