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lunedì 6 agosto 2012

lunedì 4 giugno 2012

Il Marco Polo

Eppure noi italiani, con la RAI, abbiamo ricreato anche questo genere di sceneggiato.
Ora la RAI è ridotta a una appendice di Mediaset, la quale ha portato una degenerazione culturale, etica, del linguaggio, psicologica e sociologica che non ha eguali. Credo che un simile tracollo culturale ci sia stato, nella nostra storia, solo due volte: dopo le invasioni barbariche e alla fine della seconda guerra mondiale.





"Noi ci gustiamo sempre i fasti del nostro passato. Mai siamo riusciti mantenerci le bellezze del nostro presente."

Lorenzo

domenica 9 ottobre 2011

Elucubrazioni mentre il sugo sta cuocendo (fermandomi un attimo nel domani)




E mentre il ministro dell'istruzione dichiara che: "I neutrini sono viaggiati nel tunnel tecnologico", dichiarazione che dovrebbe essere stata una correzione della ben nota dichiarazione di qualche settimana fa, la situazione del paese precipita nel caos più completo.
La televisione ormai o è un soprammobile dove si ricorda quando si trasmettevano programmi di ben altra statura intellettuale, oppure, quando accesa, è il megafono rimbecillente per un popolo ormai dopato.
Al di fuori di questo circo Barnum c'è la gente, poca, tanta? E chi lo sa, nessuno dice nulla.
Io so solo che ci sono migliaia di giovani che stanno manifestando per le strade, per il loro futuro e, forse, anche per il mio. Ma noi grandi non ce ne accorgiamo o facciamo finta di nulla.
E mentre è la strada, la piazza il nuovo posto in cui incontrarci, la televisione trasmette le sue idiote trasmissioni : balli fra vip(s), partite di fintocalcio, corse di fantauto, meteo a gogò, animali più disparati, fintigiornalistichecercanofintamentedisopravvivereneideserti ( finti), finte(o fanta)casalinghe che cucinano piatti orribili ( e noi li votiamo per telefono senza assaggiare),
TG, TV, TGR, DS, PP, TCMxM,...e chi più ne ha ne metta.
Se i segni della semiotica servono per mentire, ai nostri ragazzi non gliela raccontiamo più. Si stanno organizzando con i loro smartphone e, in continuo contatto, decidono scioperi e cortei all'ultimo minuto. Evviva Steve Jobs! Lui si che la sapeva lunga, altro che critiche di Stillman, rimasto forse all'età della pietra, dove ultimamente ha dichiarato che la Apple è una fregatura per la gente. Mi spiace, ti stimo, ma stavolta hai toppato!

La velocità:
i giovani corrono verso un oggetto del desiderio che non esiste, o perlomeno ancora non c'è, il loro futuro. Impossibile trovarlo, è sempre più avanti di noi. Ma proprio questa rincorsa verso un inesistente che provoca il movimento di masse ed è possibile leggere la trama di questa corsa come se fosse un libro. Quel cerchio ancora vuoto sta creando storie reali di incontri, cortei, striscioni, urla e incazzature per le nostre strade e, finalmente, ho visto persone che applaudivano loro. Forse il vuoto delle nostre vite farà si che ci accoderemo a questi cortei di speranza, di lotta.
Tutto questo a una velocità fantastica.
Le scuole sono inizate a metà Settembre, tutto taceva. Ad un certo punto ecco le piazze piene.
Steve, hai visto lungo, questi sono davvero affamati e un po' folli e saranno quelli che raddrizzeranno questa società apatica e menefreghista. Chi se ne frega se invece di fare una serenata alla loro donna fanno una serenata ad un satellite, il messaggio arriva lo stesso, anzi, più velocemente.

Voi ora direte, ma che cazzo di post è? Che cos'è questo guazzabuglio di informazioni e pensieri domenicali di un ferroviere deluso d'amore mentre il suo sugo sta cuocendo sul gas?
Voglio solo farvi riflettere su una cosa, che poi è la conclusione di questo post:
La televisione è servita finora per tenerci buoni in casa. Prima ci ha meravigliato e anche fatto pensare, però sempre in casa ci ha tenuto. Internet, il computer, gli smartophone, l'ipad, sono solo un mezzo di comunicazione, il vero tunnel dove la gente si parla ma, e qui viene il bello, serve per far uscire dalle loro case le persone.
I giovani lo hanno capito da tempo.



Lorenzo

giovedì 15 aprile 2010

Addio a Raimondo Vianello




Ho appreso ora in internet la notizia della morte di Raimondo Vianello.
Sinceramente mi dispiace.
Non sono abituato a seguire le vicende televisive e non ho mai commemorato la morte di nessun personaggio dello spettacolo in questo blog con la sola eccezione di Richard Wright, tastierista dei Pink Floyd.
Ma questa volta voglio fare un'eccezione.
L'ho sempre definito un attore comico gentiluomo, uno di quei Signori d'altri tempi, gentile, elegante e raffinato, un gentleman all'inglese come ormai non se ne vedono più in Tv.
Non sto a raccontare la sua storia artistica, sono sicuro che tutti la conosciamo, ma soltanto mettere in evidenza quel vuoto che ha lasciato nel pubblico italiano, televisivo soprattutto, ma anche del cinema e del teatro, ricordando che è stato uno dei più grandi protagonisti del varietà.
Mi ha accompagnato, fin da bambino, verso quel persorso nella comprensione della comicità semplice ma molto ironica e raffinata. Mai una parola fuori posto e, soprattutto, sempre con grande rispetto verso chiunque.
Il suo umorismo stile britannico ( famose le gag dove non diceva una parola ma solo mimica e sguardi) mi ha sempre conquistato, lo guardavo volentieri, ridevo e non avevo alla fine un pò di quell'amaro in bocca che una persona si sente nel ridere dietro agli altri.
Faceva parte di quella scuola di attori " tuttofare" del calibro di Massimo Dapporto, Walter Chiari, Gino Bramieri, Ugo Tognazzi, suo partner artistico agli esordi.
Ricordo particolarmente un programma: " tante scuse" dove, insieme alla moglie Sandra Mondaini, dotata anche lei di una comicità esilarante, a volte assurda, e dove iniziarono a interpretare quelle gag fra marito e moglie che divennero poi, in futuro, il loro cavallo di battaglia.
Sono convinto che mancherà al mondo dello spettacolo, oltre quello che già ho scritto prima, una cosa ormai quasi del tutto scomparsa, il garbo.

Ritengo sia giusto che io non risponda ai vostri commenti, non c'è da aprire nessun confronto, solamente ricordarne il valore artistico. Grazie

Lorenzo

mercoledì 28 ottobre 2009

Popolo televisivo



Mi sovviene questo passo del Nome della Rosa di Umberto Eco per immaginarmi il popolo televisivo presente alla trasmissione di" Domenica In" riguardante il fatto di Montalto.
Mai immagine apocalittica fu così precisa nel descrivere i personaggi intervistati.

Ricordo che nel medioevo la fantasia nel raccontare il mondo alla rovescia era davvero fervida.
Erano forme di denuncia riferite al potere sia clericale che temporale:

« E mentre ritraevo l'occhio affascinato da quella enigmatica polifonia di membra sante e di lacerti infernali, [...] vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l'anima in forma di infante [...], e tutti gli animali del bestiario di Satana, riuniti a concistoro e posti a guardia e corona del trono che li fronteggiava, a cantarne la gloria con la loro sconfitta, fauni, esseri dal doppio sesso, bruti dalle mani con sei dita, sirene, ippocentauri, gorgoni, arpie, incubi, dracontopodi, minotauri, linci, pardi, chimere, cenoperi dal muso di cane che lanciavano fuoco dalle narici, dentetiranni, policaudati, serpenti pelosi, salamandre, ceraste, chelidri, colubri, bicipiti dalla schiena armata di denti, iene, lontre, cornacchie, coccodrilli, idropi dalle corna a sega, rane, grifoni, scimmie, cinocefali, leucroti, manticore, avvoltoi, parandri, donnole, draghi, upupe, civette, basilischi, ypnali, presteri, spectafichi, scorpioni, sauri, cetacei, scitali, anfisbene, jaculi, dipsadi, ramarri, remore, polipi, murene e testuggini. L'intera popolazione degli inferi pareva essersi data convegno per far da vestibolo, selva oscura, landa disperata dell'esclusione, all'apparizione dell'Assiso del timpano, al suo volto promettente e minaccioso, essi, gli sconfitti dell'Armageddon, di fronte a chi verrà a separare definitivamente i vivi dai morti. » ("Il nome della rosa", Bompiani, pp. 51-52)

Lorenzo

lunedì 19 ottobre 2009

Potere



Immaginatevi mentre uscite di casa per andare al lavoro, magari avete anche vostro figlio insieme perchè lo state accompagnando a scuola.
Uscite e avete una troupe televisiva alle calcagna, che vi segue e vi riprende.
State per salire in macchina e non trovate le chiavi, la telecamera riprende tutto e poi manda la scena con delle risatine di sottofondo; guidate, magari mandate a quel paese qualcuno e siete immortalati in questa trasmissione televisiva, con una voce sottofondo che inizia a burlarvi di voi.
Date un bacio a vostro figlio e le risatine sotto aumentano, andate a fare la spesa e tutta italia ride di voi perchè cercate di capire che prezzo hanno i cavoli; riprendono i vostri pantaloni o la gonna, magari un piccolo difetto e subito diventa oggetto di scherno da parte di un commentatore prezzolato dai potenti. Perchè loro si vogliono divertire.
Siete presi come esempio per screditare magari la catogoria di lavoratori a cui appartenete oppure i cittadini della vostra città. I vostri pseudodifetti diventano comuni a tutti gli altri.
Come vi sentireste??

Eppure tutto ciò succede e continuerà a succedere. Striscia la notizia docet.
Perchè tutto questo??
Perchè, voi lettori di questo post, gli avete dato questo potere!!!!
Se nessuno guardasse più la Tv tutto questo sparirebbe.

PS:
Il post è volutamente provocatorio, fra i lettori ci sono pure io.

Lorenzo

mercoledì 2 settembre 2009

Troppe risorse a fiction depistanti che non centrano il vero bersaglio




di Roberto Scarpinato

Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando. Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?

Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi. Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) - Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi - elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio... Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra - quella degli assassini - e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo. Un’altra storia che racconta l’osceno di questo Paese, quel che è avvenuto ob scenum, mettendo a nudo un fuori scena affollato di una moltitudine di sepolcri imbiancati che hanno armato la mano dei killer o li hanno protetti con il loro silenzio complice.

Che racconta come gli assassini arrivino sulla scena per buon ultimi, quando i sepolcri imbiancati hanno fallito nel fuori scena tutti i tentativi necessari per convincere la vittima ad ascoltare, per il suo bene e quello della sua famiglia, i consigli degli amici, sicché, come sono solite fare le persone istruite e timorose di Dio, allargando sconsolati le braccia ripetono: “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere...”. Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive. Una storia-matrioska nel cui ventre si celano centinaia di storie accertate con sentenze definitive, che sembrano fatte apposta per la felicità di qualsiasi sceneggiatore e regista che volesse prendersi la briga di narrarle. Vogliamo provare a raccontarne solo una tra le tante? C’era una volta..., anzi... mi correggo. Ci fu per una volta, e per un breve periodo, in un’isola di assolata e bruciante bellezza, un Presidente della Regione che si chiamava Piersanti Mattarella, notabile democristiano figlio di un ex Ministro, il quale si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica. Iniziò quindi a promuovere leggi per controllare il modo in cui erano spesi i soldi della collettività, e a disporre ispezioni straordinarie per accertare come venivano assegnati gli appalti pubblici. Gli amici gli consigliavano di lasciar perdere, ma lui non recedeva dai suoi propositi. Lentamente, giorno dopo giorno, cominciò a trovarsi sempre più solo. Frequentarlo significava rischiare di restare impigliati dentro la «camera della morte». Così viene chiamata in Sicilia l’enorme e invisibile rete costruita sott’acqua per imprigionare i tonni, che, quando riemergono in superficie dal fondo della rete, si trovano circondati dalle barche disposte in cerchio e vengono finiti a colpi di arpione nel corso delle mattanze: bagni di sangue che evocano antichi rituali sacrificali dove vita e morte si confondono, giacché l’una si nutre dell’altra. Quando Mattarella percepì attraverso il linguaggio mutigno dei gesti degli “amici” - i loro sguardi costernati, i loro silenzi imbarazzati - che il rullo dei tamburi di morte si faceva sempre più vicino, tentò di salvarsi la vita chiedendo aiuto a Roma ad alcuni vertici del suo partito e al Ministro degli Interni. Al ritorno dalla sua trasferta romana, confidò alla sua segretaria che se gli fosse accaduto qualcosa la causa sarebbe stata da ricercarsi in quel viaggio romano. Mentre Mattarella volava a Roma, un altro aereo si alzava segretamente in volo dalla Capitale verso la Sicilia.

A bordo si trovava uno degli uomini più potenti del Paese, personificazione stessa del potere statale: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventidue volte Ministro. Dove andava Andreotti in gran segreto? Partecipava a un incontro con i capi della mafia militare e quelli della mafia dei colletti bianchi: l’onorevole Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo. In quel qualificato consesso si discuteva del “problema Mattarella”, quel democristiano anomalo che si ostinava a non ascoltare i buoni consigli degli “amici” e stava compromettendo gli interessi del sistema di potere mafioso. Il 6 gennaio 1980, Mattarella fu ucciso sotto casa da un commando mafioso. Giulio Andreotti tornò segretamente in Sicilia e all’interno di una villa incontrò alcuni dei mafiosi assassini di Mattarella che, com’è sacramentato in una sentenza definitiva della Repubblica italiana, avrebbe coperto con il suo silenzio complice per il resto dei suoi giorni, garantendo così la loro impunità e alimentando il senso di onnipotenza della mafia ¹. Che ve ne pare? Non vi sembra una storia inventata apposta per un film? Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via. Un album di famiglia di “intoccabili”, che nel loro insieme ricompongono il segreto ritratto di Dorian Gray di una componente irredimibile della nostra classe dirigente: ministri, capi dei servizi segreti, vertici di polizia, parlamentari, alti magistrati, alti prelati, banchieri, uomini a capo di imperi economici. Storie scomode perché chiamano in causa responsabilità collettive, costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese e sul passato e sul futuro... o sulla mancanza di futuro di un’Italia ancora troppo immatura per fare i conti con la propria storia e verità, e quindi condannata a vivere all’interno di una tragedia inceppata, destinata ciclicamente a ripetersi, pur nelle sue varianti storiche. Storie scomode che dimostrano quanto sia fuori dalla realtà continuare a raccontare il come e il perché della mafia come una sorta di opera dei pupi dove vengono messi in scena solo eroi solitari - Orlando e Rinaldo - che guerreggiano contro turpi saraceni: Riina, Provenzano, ecc. Dinanzi a tutto ciò, come spiegare il silenzio, la distrazione - che talora sembrano sconfinare nell’omertà culturale - di tanti sceneggiatori e registi? Induce a riflettere come tale omertà appaia perfettamente speculare a quella che caratterizza il discorso pubblico sulla mafia e sulla criminalità del potere, e come l’una e l’altra celino sotto il velo della retorica le piaghe della nazione.

Che pensare dinanzi a tante pellicole che, pure di ottima fattura, si rivelano tuttavia depistanti nel loro raccontare un universo mafioso quasi completamente decorrelato nella sua genesi e nelle sue dinamiche dal sistema di potere di cui è espressione e sottoprodotto? L’equivalente di raccontare la storia dei bravi di manzoniana memoria come un sottomondo autorefenziale, tagliando il cordone ombelicale con il sopramondo dei Don Rodrigo. L’equivalente di raccontare il Fascismo ascrivendone la responsabilità solo a un manipolo di esaltati gerarchi, e non già come l’autobiografia di una nazione. La storia di questo Paese ricorda a tratti quella di certe famiglie che nel salotto buono mettono in bella mostra per gli ospiti le glorie e il decoro della casata, e nello scantinato nascondono la stanza di Barbablù che gronda sangue. È lecito dubitare che la rimozione, alla quale ho accennato, sia solo frutto di distrazione o sottovalutazione? Si può ipotizzare che costituisca la “fisiologica” declinazione dell’essere la mafia una delle forme in cui si è storicamente manifestata la criminalità del potere in Italia? Il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni». Questa massima riassume in modo magistrale l’esigenza di condizionare la costruzione del sapere sociale in modo da impedire al popolo di comprendere i segreti della macchina del potere, tra i quali i suoi crimini. Proprio per questo motivo, da sempre il sistema di potere ha falsificato il sapere sociale sulla mafia. Prima per decenni ne ha negato ostinatamente l’esistenza, poi, sino alla metà degli anni Ottanta, l’ha banalizzata a mera criminalità comune e, infine, dopo le stragi del 1992 e 1993, ha giocato la carta - sinora vincente - di ridurla a una storia di “mostri”, di orchi cattivi... Poiché, dunque, il sapere sociale non è mai innocente, viene da chiedersi sino a che punto la rimozione e l’adulterazione che caratterizza la rappresentazione filmica della mafia sia condizionata non solo dalle autocensure di chi ritiene sconveniente raccontare storie sgradite al potere, ma anche da un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti nel senso che contribuiscono a cristallizzare nell’immaginario collettivo i dogmi e le superstizioni tanto cari ai Mazzarino di ieri e a quelli di oggi. Comunque sia, quel che accade - o meglio che non accade - chiama in causa la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema.

C’è una storia collettiva che attende ancora di essere raccontata e salvata dall’oblio organizzato, per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire adulto. Portarla alla luce in tanti processi è costato un altissimo prezzo: alcuni sono stati assassinati, altri - magistrati, poliziotti, semplici testimoni - segnati per il resto della vita. Ora tocca a qualcun altro fare la sua parte. E se ciò non dovesse avvenire, tra qualche anno dovremmo purtroppo fare nostra l’amara considerazione di Martin Luther King: «Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici». ¹ Nella motivazione della sentenza n. 1564 del 2.5.2003 della Corte di Appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

lunedì 15 giugno 2009

Il potere della parola e della TV



"Lo strumento fondamentale per controllare la realtà è il controllo delle parole. Se tu puoi controllare il significato delle parole tu puoi controllare le persone che devono usarle."

Philip K. Dick

mercoledì 6 agosto 2008

Tecnica e comunicazione



Per una corretta comprensione dell'etica moderna bisogna distinguere le azioni compiute dalle persone in due grandi "modi comunicativi", Il fare tecnico e l'agire comunicativo.Il primo rappresenta ogni azione compiuta dall'uomo in funzione "non conoscitiva" ma solamente come riproduzione di un qualche cosa già pensato. Il secondo ovviamente il contrario.Il fare tecnico lo potremmo chiamare anche agire strumentale, cioé un agire determinato da situazioni particolari e orientato verso fini individuali, considerate come meramente "tecniche" e "non sociali".

A questo "agire strumentale" Habermas verrà contrapponendo l'agire comunicativo. Habermas, insomma, tende a vedere il momento conoscitivo non assoluto e trascendente rispetto al fenomeno sociale che si studia: per quanto lo scienziato sociale possa sforzarsi, ingenuamente o con un poderoso apparato critico, di dare spiegazioni distaccate e obiettive di un fenomeno studiato, queste spiegazioni non possono essere "leggi" valide una volta per tutte.Nel pensiero habermasiano assume un ruolo centrale anche il concetto-programma di una comunicazione senza limiti e non autoritaria. Si tratta di una situazione discorsiva ideale che Habermas delinea come soluzione ai problemi della società e della politica nel mondo contemporaneo. La possibilità che tutti i gruppi sociali, dai politici agli intellettuali, dagli scienziati-tecnocrati all'opinione pubblica in generale, comunichino liberamente e siano partecipi in egual misura del dibattito sui problemi sociali, è vista da Habermas come la migliore difesa contro fenomeni quali le ideologie, l'alienazione, la sottomissione del momento politico alle logiche della tecnica e dell'economia, la crisi di identità dell'individuo, i rischi impliciti nella globalizzazione guidata.

Ovviamente in Italia di questi temi non se ne parla, se non nelle università.Aggiungiamo poi che con il governo Berlusconi d'ora in poi sapremo tutto sul gossip di attoruncoli improvvisati ma nulla dei grandi temi di questo mondo.