lunedì 6 aprile 2009

Un esempio di morale cattolica




Un esempio di morale cattolica riguardante l'uso dei profilattici:

Città del Vaticano, 22 mar. (Adnkronos) - Benedetto XVI ha smascherato la menzogna ideologica del preservativo affermando che non è questo lo strumento per combattere l'Aids. E' quanto afferma l'Osservatore romano in difesa del Pontefice che ha negato l'utilità del condom per combattere la diffusione della malattia.

''Molti Paesi occidentali - scrive il quotidiano vaticano - non vogliono riconoscere la verità delle parole dette da Benedetto XVI sia per motivi economici, i preservativi costano, mentre l'astinenza e la fedeltà sono ovviamente gratuite, sia perché temono che dare ragione alla Chiesa su un punto centrale del comportamento sessuale possa significare un passo indietro in quella fruizione del sesso puramente edonistica e ricreativa che è considerata un'importante acquisizione della nostra epoca''.

''Il preservativo - spiega Lucetta Scaraffia nel suo editoriale sull'Osservatore Romano, in edicola ieri - viene esaltato al di là delle sue effettive capacità di arrestare l'Aids perché permette alla modernità di continuare a credere in se stessa e nei suoi principi, e perché sembra ristabilire il controllo della situazione senza cambiare niente. E' proprio perché toccano questo punto nevralgico, questa menzogna ideologica, che le parole del Papa sono state tanto criticate''.

Aria pulita


Non basta parlare di aria pulita, bisogna averla intorno a noi.
Come quando si guarda un quadro, bisogna far uscire il concetto dalla cornice, espanderlo in modo che entri dentro di noi.
L'etica laica è come quell'aria pulita e quel quadro.
La ragione umana è la sua cornice.
L'uomo ne è il soggetto, noi ne siamo la sua espansione......

Lorenzo

La laicità dello stato

Laico non significa NON CREDENTE.
E' una parola di derivazione greca,Laikòs, che significa bene comune, fra la gente, che appartiene alla gente.
Bene comune è quando uno stato si fa carico delle istanze di tutti.
Ecco quindi cosa è lo stato laico. Nulla di più.
Perchè più della metà degli italiani è inorridita da ciò?
In Italia il problema si propone a causa della sudditanza del mondo politico nei confronti di persone della chiesa cattolica.
Quando vedo politici italiani genuflettersi nei confronti di questi uomini io mi chiedo sempre: dove è lo stato?
Il politico deve fare le istanze di tutti,non le istanze di un principio di fede.
Quindi lo stato,i nostri rappresentanti, non sono laici,non fanno gli interessi di tutti,si genuflettono ad una idea al di fuori dell'uomo, appunto non laica.
I politici cattolici si rifanno poi ad una morale che proviene dalla chiesa,quindi ad un volere superiore che non è l'uomo,il fine non è l'uomo.
Ecco perchè la politica italiana non è mai riuscita a darsi una morale LAICA .Perchè crede di essere incapace di farlo da sola, facendolo avrebbero urtato la morale superiore.
Abbiamo una morale senza una base di ragione umana,non laica, non nostra,non dipendente dalle leggi che l'uomo potrebbe darsi e che ha, ad esempio nella carta universale dei diritti.
In Italia siamo estranei a questa carta, non la conosciamo,non si studia a scuola,mentre si studia religione; la nostra cultura non lo permette perchè abbiamo una morale superiore che proviene dalla chiesa, da una entità superiore all'uomo........e come tale la vita ha un valore diverso,un fine diverso.
Kant diceva : " non intendere mai la vita come un mezzo ma solamente come un fine".
Per noi la vita è il mezzo della redenzione per il paradiso, il fine è solo la morte voluta dall'essere superiore....ecco perchè Eluana è oggetto si scandalo per il mondo politico cattolico.
Quello che io vedo nelle adunate di massa in Piazza San Pietro o nei grandi meeting cattolici non è fede, è bisogno di appartenenza.
Queste persone manifestano il loro senso di appartenenza, quindi fanno politica.
Il partito democratico ha all'interno due anime, una laica e l'altra cattolica,alla luce di quanto ho detto prima mi chiedo come fanno a stare insieme?
Cosa dirà, il mio partito, quando si dovranno risolvere dando risposte ai grandi problemi etici che questo secolo ci chiede di risolvere?
Aborto, bioetica, coppie di fatto, testamento biologico,eutanasia, queste sono le nuove sfide, perchè ancora oggi non abbiamo dato una risposta basata sull'etica, ma solo su un referendum.
Ai tempi di Galileo la sfida era sulla fisica, e la chiesa,allora ha dato la sua risposta.
Oggi la sfida si chiama BIOLOGIA, che dà la forma a tutte le scienze, e siamo molto in arretrato sulla comprensione di questa scienza( intendo comprensione etico-filosofica).
Il perchè di questa arretratezza sta nella genuflessione dei nostri uomoni di stato nei confronti della chiesa.
La nostra etica è basata sull'immutabilità della natura, una concezione ottocentesca. Ora la natura, è stato dimostrato. è mutabile, manipolabile.
Possiamo quindi usare gli stessi principi per giudicare il nostro tempo se si rifanno ad una natura immutabile che oggi più non è?
Queste sono le sfide di oggi, queste sfide vanno accettate dalla politica laica, fatte loro dando risposte, rifondando nuovi principi etici.
Perchè quella di oggi arranca.
La chiesa dal canto suo lo ha già fatto, dichiarando l'immutabilità della fede e la supremazia della fede sull'uomo.
Ma io mi sento diverso da loro.


sabato 4 aprile 2009

Rompicoglioni leggendario

Trascrivo pedessequamente quanto scritto sulla Nonciclopedia a riguardo del rompicoglioni leggendario, figura mitica di persona che ognuno di noi non vorrebbe mai incontrare, ma che agli occhi di una persona io son diventato.


"Se è vero che chiunque può, con un minimo sforzo, diventare un rompicoglioni, solo pochi, pochissimi eletti sono in grado di assurgere al ruolo di Rompicoglioni leggendario. Per essere degni di questa carica, spesso gli adepti studiano per anni, fanno lunghissimi tirocinii negli uffici del comune (imparando così a sfruttare la burocrazia per mettere i bastoni tra le ruote al prossimo), imparano a memoria film come Il rompiscatole di Jim Carrey e Mamma ho perso l'aereo, mangiano solo aglio e cipolle (l'alito aiuta non poco) e, alla fine, devono superare un segretissimo esame. Alla fine di tutto questo, sono finalmente pronti per andare in giro per il mondo ad ammorbare il prossimo. Il Rompicoglioni leggendario ha una CFP che supera la capacità di conteggio degli strumenti a nostra disposizione; al suo apparire i Jedi dicono "Sento un fremito nella forza!" e scappano, mentre gli individui più deboli crollano a terra al solo vederlo, incapaci di sopportare il peso dei propri testicoli."

venerdì 3 aprile 2009

I limiti li deve stabilire la filosofia

Il professor Altman auspica che gli scienziati non siano solo consulenti del potere politico, ma lo guidino e siano essi stessi i veri politici che indicano e promuovono la corretta applicazione delle scoperte scientifiche, evitando quanto è dannoso per l' uomo. È, questa, un' anziana filosofia, in cui si presuppone che l' uomo, ciò che per lui è dannoso o benefico e il potere politico coincidano con quanto le diverse scienze conoscono di questi oggetti. Per stabilire quanto stia in piedi questa filosofia, occorre una buona filosofia, non la scienza. Il discorso del professor Altman ha oggi molto credito; che però è destinato a ridursi quando ci si renderà conto che per spostare in avanti i limiti che la scienza deve rispettare bisogna sapere che cosa sia il limite e, nella fattispecie, il limite dell' agire umano. Ad esempio non può essere l' ingegneria genetica a stabilire il limite delle trasformazioni a cui sottoporre l' uomo. La scienza non propone verità assolute, ma ipotesi che, finora più di altre, consentono di trasformare il mondo secondo certi progetti. A stabilire i limiti della scienza non può essere nemmeno la fede religiosa che, appunto, è una fede e quindi può essere presa o lasciata. Da millenni stabilire quali siano i veri limiti dell' agire umano - e pertanto dell' agire scientifico-tecnologico - è stato compito della filosofia. Qui il discorso si fa estremamentie complesso. Anche perché, nella nostra civiltà, la politica, che il professor Altman vorrebbe guidata dalla scienza, è figlia legittima della filosofia e ne ha seguito le sorti - nonostante l' intento dei politologi di studiare la politica con i metodi delle scienze sperimentali, magari covando in cuor loro ambizioni simili a quelle del professor Altman.
E.Severino

mercoledì 1 aprile 2009

Antonino e le sue opere

Nella Gabbia

Nella Gabbia (In The Cage)

C’è allegria nel mio stomaco

Come se avessi cullato il mio bambino per farlo addormentare

C’è allegria nel mio stomaco

E non riesco a trattenermi dal dormire

Dormire profondamente

Una superficie dura preme sulla mia pelle

Liquidi bianchi diventano acidi dentro

Diventano veloci – diventano acidi

Diventano dolci – diventano amari.

Devo convincermi che non sono qui

Sto affondando in una paura liquida

Imprigionato in una forte compressione,

La mia alterazione mostra ossessione

Nella grotta

Fatemi uscire da questa grotta!

Se mantengo l’autocontrollo

Avrò l’anima salva

E le credenze infantili

Portano conforto per un attimo

Ma il mio cinismo subito ritorna

E la scialuppa brucia

Il mio spirito non impara proprio mai

Stalattiti, stalagmiti

Mi rinchiudono, mi bloccano

Le labbra sono secche, la gola è asciutta

Mi sento come se bruciassi, lo stomaco si contorce

Sono vestito con un costume bianco

Che riempie il resto della stanza

Il corpo stiracchiato, sento lo squallore

Nella gabbia

Fatemi uscire da questa gabbia!

Nel bagliore della luce

Mi appare una strana visione

Di gabbie unite a formare una stella

Nessuno può andare molto lontano

Tutti legati alle loro cose

Sono intrappolati dai loro legami

Liberi solo di agitarsi nel ricordo delle loro ali ormai consumate

Fuori dalla gabbia vedo mio fratello John

Si guarda attorno molto lentamente

Grido “Aiuto” prima che se ne vada

E lui mi guarda senza emettere un suono

Io urlo “John, ti prego, aiutami!”

Ma lui neanche tenta di parlare

Sono impotente nella mia rabbia disperata

Ed una silenziosa lacrima di sangue gli scivola giù per la guancia

E lo vedo voltarsi di nuovo ed abbandonare la gabbia

La mia piccola speranza di fuga

Nella trappola sento la cinghia

Che mi stringe ancora, stringe per uccidere

Le speranze che io possa farcela diminuiscono

Nella camicia di forza imbottita.

Proprio come nella ventiduesima strada

Quando mi presero per le mani e per i piedi

La pressione aumenta, non ce la faccio più

La testa satura, le orecchie che rombano

Nel dolore

Fatemi uscire da questo dolore

Se potessi diventare liquido

Potrei scivolare tra le fessure della roccia

Ma sono solido

E questa è la mia disgrazia

Ma fuori John scompare e la gabbia si dissolve

E senza alcun motivo il mio corpo inizia a girare

Continua a girare

Continua a girare

Gira intorno

Ruota intorno

Kant e la metafisica aristotelica

Sarà Kant a ribellarsi alla metafisica aristotelica, rifiutandosi – nella Critica della ragion pura – di considerare anima, mondo e Dio come "oggetti" metafisici che possono essere conosciuti. Lutero e il razionalismo di marca cartesiana, pur così diversi fra loro, costituiscono un unico fronte contro un Aristotele difeso ormai solo più – peraltro trasfigurato dal pensiero medievale – dai Cattolici; tale situazione (culminante nelle lotte galileiane contro l’aristotelismo o, meglio, contro gli Aristotelici seicenteschi) si protrae fino ai tempi di Heidegger, il quale si sforza di leggere Kant e Aristotele unitamente.
Per Aristotele la scienza la si pensa, non la si fa: questo presupposto comincia a scricchiolare con Ruggero Bacone per poi crollare definitivamente ai tempi della Rivoluzione scientifica. In Occidente – è stato notato – penetra prima la figura del filosofo e solo secondariamente quella dello scienziato, tanto più che le stesse basi scientifiche trovano una loro prima fondazione in sede filosofica (così è per l’atomismo o per l’infinità dell’universo): questa priorità della filosofia si riverbera su Aristotele stesso, che in Occidente penetra primariamente come filosofo e solo successivamente (grazie alla mediazione araba) come scienziato.
L’arrovellante quesito che egli si pone è:
ti to on; "che cosa è l’ente?", ma anche "perché l’ente?".
Tutte le cose sono, ma di alcune devo domandarmi che cosa sono, interrogandomi sul loro essere (sulla loro
ousia); nella Repubblica Platone mette ben in luce come si tratti di un qualcosa che sta al di là dell’essere; ma l’ambiguità che caratterizza il pensiero platonico (e che invece manca in quello aristotelico) risiede nel fatto che egli, ogni qual volta si trovi in difficoltà, ricorra ai miti: così nel Fedro, anziché dirci che cosa sia l’anima, ci racconta il mito della biga alata, mito che, per quanto suggestivo, anziché risolvere il problema lo aggira abilmente.
Dal canto suo, Aristotele non è ambiguo e non si abbandona all’invenzione di miti (fatta eccezione per quei dialoghi giovanili in cui l’influenza platonica era ancora predominante), bensì preferisce affidare la propria esposizione filosofica alla trattazione compiuta e sistematica; non è un caso ch’egli consideri piuttosto negativamente la dialettica (tenuta in grande considerazione da Platone), alla quale rimprovera una congenita inconcludenza: se per Platone non è possibile definire incontrovertibilmente che cosa sia la giustizia e, in forza di ciò, l’unica via percorribile consiste nell’accordarsi reciprocamente sul che cosa essa sia (in ciò sta appunto l’esercizio della dialettica), per Aristotele un discorso di questo tipo può valere esclusivamente in sede etica, là dove nel definire il bene non si può far altro che accordarsi.
In tutti gli altri casi la dialettica è messa al bando, poiché poggiante sul falso presupposto che non si possano pienamente conoscere le cose.
Detto ciò non bisogna vedere il tentativo di Kant come negazione dei principi aristotelici, ma come tentativo (ben riuscito nella critica della ragion pura) di togliere una sorta di paternità alla teologia cattolica di interpretare Aristotele a suo uso e consumo.

Sul vero e sul falso

Come nell'anima talvolta sussiste una nozione che prescinde dal vero e dal falso, e talvolta sussiste invece qualcosa cui spetta necessariamente o di essere vero o di essere falso, così avviene pure per quanto si trova nel suono della voce. In effetti, il falso e il vero consistono nella congiunzione e nella separazione. In sé, i nomi e verbi assomigliano dunque alle nozioni, quando queste non siano congiunte a nulla né separate da nulla. ... Dichiarativi sono, però, non tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste un'enunciazione vera oppure falsa. Tale enunciazione non sussiste certo in tutti: la preghiera, ad esempio, è un discorso, ma non risulta né vera né falsa.
Aritotele (Sull'interpretazione 1, 16 a9 -- 17 a7).

Io e la mia terra

"........Ma non credere che ti rimproveri. Se tu vuoi diventare uomo di lettere, e scrivere magari un giorno delle Istorie, devi anche mentire e inventare delle storie, altrimenti la tua Istoria diventerebbe monotona. Ma dovrai farlo con moderazione. Il mondo condanna i bugiardi che non fanno altro che mentire anche sulle cose infime e premia i poeti, che mentono soltanto sulle cose grandissime....."
Questo brano è tratto da Baudolino, scritto da U.Eco
Rispecchia un po' lo spirito alessandrino e la nostra città, una città sonnacchiosa, calma e a volte noiosa, ma piena di personaggi simili, capaci di raccontare storie che a volte diventano STORIA.
Lo scrittore è uno di noi.
In questo pezzo ho capito come siamo fatti, e finisce che vivere fra la nebbia e in un luogo senza passioni, senza miti e con poche leggende non è più fonte di sofferenza.Certo, ho sognato di vivere a Parigi o a Lyon ( la Francia mi ha sempre esercitato una attrazzione anche intellettuale), di percorrere le stesse strade di Sartre, di leggere Lacan in un cafè parigino, aspirando a luoghi più magici e coinvolgenti.
Era poco sopportabile vivere in una città di pianura piatta e umida ,prevedibile come Alessandria.
Ma questo libro mi ha cambiato, ci ha dato una via di uscita,una spigazione , una chiave di interpretazione.
Ricordo alla presentazione, nella sala del comune, di questo libro. U. eco ci disse: "..... Baudolino è stato scritto con una strizzatina d'occhio per voi alessandrini....."
Cosa voleva dirci?
La risposta sta nel suo modo di parlarci, sia come baudolino che come scrittore, una risposta puntuale,sorprendente, perchè leggendo il libro è come se si allargassero gli orizzonti, una schiarita fra la nebbia sempre presente. Eco era tornato nella sua città per parlare dei suoi libri e non a raccontare la sua alessandrinità,come molti avrebbero sperato. ma con grande miopia i molti non si sono accorti che spesso Eco ha parlato di Alessandria,anche quando non sembrava, ha parlato tramite le fantasie di Baudolino, le sue gesta, dicendoci che il mondo basta volerlo è aperto a tutti e poco conta dove abbiamo casa.
Ci mette anche in guardia, guai diventare falsari della storia e delle origini, il mondo alla fine potrà crederci, diventando così il nostro sogno il più pericoloso di tutti.
Ci dice anche che la nostra ironia dissacrante( noi alessandrini siamo maestri) è una forza capace di esorcizzare tradizioni cristiane, le credenze cattoliche, potere temporale, imperatori.
Conta anche quello che abbiamo dentro e quello si forse dipende anche dove siamo nati, gli usi della nostra terra, l'odore delle cose intorno a noi.
Ricordo un passo finale del Nome della rosa, sempre dello stesso autore:
" Ormai l'abbazia era condannata. quasi tutti i suoi edifici raggiunti dal fuoco.
Salve rimanevano le parti non edificate, l'orto, il giardino davanti al chiostro..................."
L'abbazia e la biblioteca, simboli dell'uomo, cultura e Dio, del semiotico e del culturale,si dissolvono, ma l'orto e il giardino no, ossia la natura, la terra natia, l'indecifrabile.
Ecco perchè conta da dove veniamo, forse è l'unico inizio per sapere dove andremo.